HIGHLIGHT WEBINAR | CORPI DISORIENTATI – Paura e oblio nella società della performance

Il talk online “CORPI DISORIENTATI – Paura e oblio nella società della performance“, ideato e condotto da Alessia Leoni e Andrea Zoccarato, ha visto la partecipazione dei due filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici di Tlon, di Riccardo Marco Scognamiglio, psicoanalista e Direttore Scientifico dell’Istituto di Psicosomatica Integrata oltre che Direttore di Nuova Clinica Nuovi Setting Scuola di psicoterapia Analitica di Gruppo (NCNS), e di Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche G.A.P & Cyberbullismo (Di.Te) e vicedirettore della scuola NCNS.

Psicologi e filosofi si sono interrogati sugli effetti che la crisi pandemica ha avuto sulle nostre esistenze.
Intervallati da preziosi contributi, tra cui video, testimonianze e testi, gli ospiti hanno potuto affrontare le conseguenze del fenomeno Covid-19 secondo declinazioni diverse. Il confronto tra professionisti è nato dall’ambizione di creare un tentativo di elaborazione collettiva, passando dagli aspetti critici alla possibilità di immaginare nuovi orizzonti di senso.

A partire dal titolo si evoca la necessità di inserire la condizione dei corpi all’interno della riflessione, poiché l’esposizione ai cambiamenti indotti dal virus e dal lockdown hanno coinvolto massicciamente l’interazione a livello fisico.

Il confronto ha preso vita a partire da una pubblicità progresso i cui contenuti si riferiscono all’Aids e alla necessità, durante gli anni ’90, di educare al fenomeno e al comportamento sociale auspicabile.

Alessia Leoni e Andrea Zoccarato esordiscono:
“prima dell’Aids pensavamo che fare l’amore facesse solo bene, prima del Covid pensavamo che baciarci facesse solo bene”, indicando che il legame tra le due condizioni riguarda il coinvolgimento del corpo e i modi in cui si è reso necessario cambiare le coordinate dell’incontro con l’altro.

Il punto riguarda adottare un’ottica responsabilizzante, con cui costruire una visione comune e dunque un orientamento che tenga uniti anche nella distanza.

Andrea Colamedici, intonandosi al discorso riporta: “dove manca orientamento manca l’oriente, ovvero il punto cardinale verso cui costruire un edificio sacro. Mancando l’oriente, il punto cardinale, non si sa dove andare. Non si hanno riferimenti con cui edificare il cammino. L’altro è portatore di rischio e pericolo, ma può essere anche un alleato con cui costruire”.

Nel tentativo di ricostruire i cedimenti di questo periodo, Giuseppe Lavenia aggiunge la necessità di una narrativa comune coerente:
una narrazione generale deve tener conto della complessità del fenomeno che stiamo vivendo e dei differenti livelli di realtà coinvolti”. 

In accordo con la necessità di costruire una narrativa coerente, Riccardo Marco Scognamiglio cita la possibilità di allenare, anche in forma collettiva, la capacità di elaborazione in quanto potenziale trasformativo di ciascuno.

La parola ha un peso ed è uno strumento con cui riqualificare le vite, è un po’ il senso della psicoterapia. Testimoniare è narrarsi, costruire una coerenza interna. Lo sforzo, la volontà inconscia di mantenersi sull’onda del moto anche se la risonanza del trauma è potente, e minaccia sempre di produrre dei down. Quando la mente non può seguire linee di orientamento, quando mancano le parole per dire, allora c’è il dolore, o l’evitamento. E ciò coinvolge soprattutto le nuove generazioni, che o stanno male nel corpo o riducono ogni possibilità di comprensione.

In chiusura, Andrea Colamedici coglie l’occasione per analizzare i vissuti di smarrimento e assenza di futuro, nell’interrogativo aperto di poter invertire la tendenza e mantenerlo vivo il più possibile nella mente, anche in modi creativi che vado al di là del modus operandi orientato alla performance (non più performo quindi vivo e vado avanti, ma apertura a nuovi immaginari):

Con la prima sillaba di Futuro si è già nel passato. La prima sillaba è “Fu”, è una parola cortocircuitata, ci scaglia nel passato. Bauman la chiamava retrotopia, cioè la disposizione in cui si desidera il ritorno del passato. La sensazione di molti è stata quella di non saper immaginare un domani, non sapere dove andare. Società della performance significa ansia capitalistica e parte di una ruota gigante di una macchina che gira troppo velocemente. Durante il lockdown la macchina si è fermata, svelandosi bucata, difettosa. E l’intera comunità non ha idea di come ripararla. Sa che deve correre, ma non c’è niente per cui correre perché questa vita non è una gara”.

È a partire da questa enunciazione tragica che si articola la necessità di costruire schemi nuovi, stati mentali inediti, che possano accogliere trasformazioni verso la pratica avventurosa dell’incertezza, dell’immaginazione, dal prefigurarsi alternative nonostante gli schemi del passato e le difficoltà del presente. Riccardo Marco Scognamiglio accosta la pratica avventurosa dell’incertezza alla scelta della psicoanalisi, che potrebbe dirsi la scelta di un pensiero debole, non essendo sostenuto dall’evidence-based.

La fenomenologia dell’incontro non ha uno schema a priori. Si caratterizza per l’aleatorietà. Già Baudelaire in fondo ci ha preparato ad una logica evolutiva del cambiamento. Il mondo cambia e i fenomeni cambiano nome, Aids, Covid-19. Possiamo leggere la storia e prepararci, è in questo il potere del passato, ed è questo il potere di un’intelligenza visionaria”.

Infine, Andrea Colamedici, introduce i concetti di fragilità e anti-fragilità proposti dal filosofo N.N. Taleb; sono teorie che sottolineano l’importanza del non adottare schemi rigidi, in quanto la società è caratterizzata da un’incertezza gestibile solo attraverso la flessibilità interiore.

Per essere anti-fragile occorre essere fragile. Fragile è ciò che si rompe all’urto, ciò che non trae giovamento ma subisce conseguenze negative. All’opposto, l’anti-fragilità fa pensare a qualcosa che davanti all’urto fatica meno a resistere, qualcosa di più robusto. Fragile è un sistema, una struttura che deve rispettare uno schema rigido. L’anti-fragilità è la possibilità di lasciare il controllo, o l’illusione del controllo. Dovremmo avere il coraggio di fare dell’urto un punto di forza, non per tornare indietro ma per diventare altro”.

Sottolinea così la necessità di creare percorsi diversi, che contattino la fragilità del singolo e delle masse. Ciò significa accettare il rischio, anche avventuroso, di nuove rotte e rinnovare la propria connessione con le emozioni. Per dare un senso alla propria strada, che si intreccia al percorso degli altri. In quest’ottica la classe intellettuale è chiamata ad accettare la sfida di questo tempo coltivando il confronto, e ridefinendo sistemi valoriali con cui sostenere il corpus sociale nell’immaginare nuovi mondi.

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