“Ho un figlio anch’io, lontano… penso all’ultimo abbraccio prima di partire, mi chiedo se mi riconoscerà, quanto sia cresciuto… Mi chiedo se, per diventare uomo, anche lui dovrà calpestare cenere. A volte vorrei tornare indietro. La guerra ti scava dentro senza rumore. Ti svuota piano, come l’acqua che corrode la pietra. E un giorno ti guardi allo specchio e non ti riconosci”.
Nel presente abitato da incertezza e perdita di punti di riferimento, la guerra torna ad avere un posto nel nostro quotidiano. Non che abbia mai cessato di essere una piaga del genere umano, tuttavia, da tempo nel continente europeo il conflitto bellico aveva cessato di essere un mezzo di riferimento a cui ricorrere (Harari, 2017). Come è evidente, dal 2022 questa tendenza si è interrotta e vede addirittura un’inversione.
Il 2 novembre 2025 presso lo spazio del salone PACTA, il gruppo teatrale “Dedalo Studio”, guidato da Marco Scotuzzi e Laura Tombini, ha debuttato con una versione ampliata di “Corpi di guerra”, spettacolo ispirato a “Le Troiane” di Euripide. Questa idea nasce dalla necessità di confrontarsi con un testo classico che sapesse interrogare l’oggi con urgenza, mettendo in luce le conseguenze della guerra, dando voce a chi rimane e a chi la compie. La tragedia di Euripide risalta questi aspetti di memoria e resistenza, attraverso la figura della donna come sopravvissuta alla distruzione della guerra. Il lavoro del gruppo di teatro è stato quello di partire dal corpo femminile che da “campo di battaglia”, diviene anche “memoria che resiste” dando vita alla Storia, per raccontare la tragicità della condizione umana, al di là dell’eroismo.
Infatti, a partire dal titolo stesso dell’opera originale, emerge come siano poste al centro della narrazione le donne, sopravvissute di, e alla, guerra, che diventano e si fanno memoria e discorso. L’apertura dello spettacolo perturba lo spettatore, muovendosi sul confine tra parola, rumore, caos e silenzio, introducendo il tema del racconto, del narrare e ricordare cosa è avvenuto, che non è solo filo conduttore dell’intera opera ma anche compito affidato al femminile. In primis, questo avviene attraverso Ecuba, regina di Troia, che sceglie di definirsi “una voce che resiste al silenzio“. Attraverso il suo monologo, uno tra i molti che catturano l’attenzione dello spettatore, il messaggio si espande e viene elaborato. La madre di Ettore, Paride, Cassandra e dell’intero popolo troiano consegna al pubblico queste parole: “io sono la memoria. Io sono la voce sotto la polvere. E continuerò a parlare. Finché qualcuno, un giorno, avrà il coraggio di ascoltare“.
Ancora, durante la pièce teatrale lo spettatore si trova immerso nell’esperienza di cosa significhi essere aggrediti, ma anche il contrario, sperimenta la visuale degli aggressori. Attraverso questo riadattamento de “Le Troiane” di Euripide le attrici e gli attori mettono in scena con una forza e un coinvolgimento attivo e pieno sia le sofferenze delle vittime di guerre e conflitti, sia la disumanizzazione dell’altro, le logiche della macchina e l’efficienza degli algoritmi di chi attacca, dinamiche a loro volta non prove di dolore.
Le parole del soldato riportate come incipit portano subito dentro questi aspetti, evidenziando la fatica di chi è parte dell’ingranaggio, costretto a partire in nome di “ideali più alti”, mentre lascia indietro chi ama e si interroga sul suo destino.

Nella rilettura dell’Iliade proposta dalla filosofa francese Simone Weil, il lettore riconosce il protagonismo assoluto della forza come chiave di volta delle vicende vissute (Weil, 1953, Alici, 2019). Weil non vede in Omero l’esaltazione dell’onore e del valore degli eroi in guerra, ma una narrazione della condizione umana, nella sua intrinseca sofferenza e capacità di compatire, che con la guerra vengono esacerbate. In Omero, secondo l’autrice, carnefici e vittime sono ugualmente innocenti, vincitori e vinti, fratelli nella medesima miseria e accomunati da un medesimo destino (Berzins e McCoy, 2013). Le vicende di achei e troiani, come quelli di tutti i popoli contrapposti in un conflitto, fanno emergere la crudeltà che può travolgere l’anima umana. Ponendo l’attenzione sull’elemento dominante della forza, Weil restituisce come essa renda una “cosa” chiunque ne sia sottomesso, provocando la degradazione della propria umanità e rendendo incapaci di percepire la sofferenza, propria o altrui (Alici, 2019).
Assistere allo spettacolo presentato dalle allieve e dagli allievi del gruppo “Dedalo” permette di compiere quel passo secondo Weil fondamentale: il silenzio prodotto dalla forza può essere rotto solo mediante la narrazione della sofferenza da parte di chi ne è sopraffatto. Solo l’incontro con un volto apre lo spazio affinché la sofferenza possa essere detta, e così, a partire dalla percezione della vulnerabilità reciproca, può avvenire il riconoscimento dell’Altro come essere umano (Alici, 2019).
Uno dei monologhi finali, ad opera di un soldato greco, porta di nuovo lo sguardo sull’altra faccia della medaglia, quella dell’aggressore: “Qualcuno mi ha chiesto se provo rimorso. Rimorso? Non c’è rimorso quando fai ciò che dev’essere fatto. Non è una questione di odio, ma di ordine”.
È questo soldato a provare a spiegare qualche elemento di ciò che si possa provare a essere i carnefici, ovvero, un altro lato dell’essere umano. Le logiche che il monologo riporta sono quelle dell’efficienza, della macchina, del freddo eseguire il compito come un algoritmo, della necessità di scindere l’umanità per procedere: “Noi siamo solo gli ingranaggi. C’è chi decide, chi comanda, e chi esegue. Io eseguo. Non è crudeltà. È lucidità. È efficienza.”
In conclusione, dall’Ucraina alla Palestina, passando per Yemen, Siria, Sudan, Sudan del Sud, Myanmar, Afghanistan, Haiti (per citarne solo alcuni…) lo spettacolo portato in scena dal gruppo “Dedalo Studio” interroga l’oggi con urgenza. Emergono in modo vivido le tematiche del ruolo della memoria, della trasmissione di un sapere che si vuole dimenticare o rimuovere, dello logiche algoritmiche e disumanizzanti che il conflitto porta con sè, chiedendosi e facendoci chiedere cosa possa voler dire, cosa si possa provare, a essere corpi di guerra.

Per tutti coloro che hanno voglia di immergersi in questa intensa esperienza, il gruppo di teatro Dedalo Studio tornerà in scena con questo spettacolo il 28 marzo a Orvieto.

Immagine gentilmente concessa da PixaBay.com

