WOOBINDA | Ritorno al futuro

Psicologia Psicosomatica (ISSN 2239-6136) -47- 

Data di pubblicazione: 9 Luglio 2023

Di Matteo Fumagalli

Woobinda di Aldo Nove è tornato sui nostri schermi. Il romanzo cult della seconda metà degli anni 1990, ripubblicato quest’anno da ilSaggiatore, acquista, con gli occhi del 2024, una portata visionaria. In Woobinda c’era già l’oggi, c’erano i semi di quella che definiamo clinica digitalmente modificata. Rileggerlo ci permette di comprendere meglio il presente e, contemporaneamente, capire che non siamo in un oltre, ma nel profondo dell’abisso di cui Nove ci aveva mostrato la superficie. 

Quando non si ha immaginazione,

morire è poca cosa, quando se ne ha,

morire è troppo.”

Louis-Ferdinand Céline

Viaggio al termine della notte

È l’anno 2000, ho 16 anni, l’Italia fa esplodere i suoi ultimi fuochi d’artificio. Il crepuscolo di un decennio intessuto ancora di miti. 

Il berlusconismo ha fatto cadere l’iniziale maschera dell’infantilismo spensierato con cui aveva sedotto il popolo italiano e ha iniziato da tempo a rivelare il suo volto grottesco e spregiudicato.

Nel 1999, con degli strascichi fino al 2001 nella Repubblica di Macedonia, terminano con il bombardamento della NATO 10 anni di guerre jugoslave. Per l’Italia, il conflitto della “porta accanto”. Dietro la narrazione di una guerra a carattere “esclusivamente etnico”, che pulisce la coscienza dell’opinione pubblica, si consumano stermini e genocidi. Uno su tutti: il massacro di Srebrenica.

Il 21 aprile 1996, per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana, vince le elezioni politiche una coalizione di sinistra “L’Ulivo”, capeggiata da Romano Prodi. L’eccezionalità del fatto verrà immortalata nel 1998 nel docufilm “Aprile” del regista Nanni Moretti. Il sogno avrà durata breve. Da lì a due anni, succederà la Realpolitik di Massimo D’Alema.

Dopo il sorpasso1 del 1987 e quello del 1991, gradualmente nell’economia e nella società italiana si insinua un termine: precarietà economica, ma soprattutto esistenziale. Da questo momento in poi, le nuove generazioni non godranno dei benefici economici e delle sicurezze sociali dei loro genitori. Il fenomeno della precarietà esploderà nel primo decennio degli anni 2000, ma già nel 1994 lo scrittore Giuseppe Culicchia ne darà un ritratto tragicomico nel romanzo Tutti giù per terra. Esemplificativa la scena in cui, durante un primo colloquio lavorativo, il giovane protagonista Walter, all’asserzione dell’esaminatore “Come politica aziendale a noi interessano candidati con almeno un paio d’anni di esperienza nel settore”, risponde: “Il problema è che se non si inizia a lavorare da qualche parte i due anni di esperienza non è possibile farseli in nessun modo” (Ibid. p. 115).

Nel 1996, gli Oasis, la band britpop, suonerà il canto del cigno del rock, per alcuni già avvenuto nel 1991 con i Nirvana. Un nuovo fenomeno musicale sta prendendo piede. Un prodotto commerciale costruito ad hoc per la nuova globalizzazione dei costumi: la girl band delle Spice Girls.

La Serie A si appresta a uscire lentamente dal suo massimo splendore. In quel periodo, “il campionato più bello e difficile del mondo” e, forse, di sempre.

Infine, Internet dà vita al World Wide Web, un mondo fatto di siti da visitare al motto: “Devo andare in Internet!”. 

Sebbene la lista possa continuare, tutti i punti convergono in una sola frase: sono terminati i contraddittori e ruggenti anni 1990 (Salvia, 2022). 

Siamo mai usciti da Woobinda?

Sul comodino di mio fratello è posato un piccolo libro. Copertina a sfondo bianco e costa gialla. Al centro, il disegno di un televisore a tubo catodico con un occhio umano, segnato dalle pliche della palpebra inferiore, che esce dallo schermo. 

Il titolo: Superwoobinda

L’autore: Aldo Nove.

“Ma che titolo è?” dissi fra me e me. Lo pronunciai ad alta voce. Un suono sferzante e nello stesso tempo ampolloso. 

Mi accasciai sul letto, altare dove consumavo i pasti letterari, e lo lessi, tutto d’un fiato.

Non tornai più indietro. 

Anzi, non tornammo più indietro.

Nel 1996 esce Woobinda e altre storie senza lieto fine a cui farà seguito, due anni più tardi, la versione accresciuta di Superwoobinda. Woobinda2 diviene subito un romanzo cult che segna, nel panorama letterario italiano, l’avvento di una nuova generazione di scrittori: I Cannibali, sancito dall’antologia di racconti Gioventù cannibale. Mai termine fu così azzeccato.

A distanza di quasi 30 anni, rintraccio una curiosa coincidenza: nel 1995 l’artista Robert Pepperell pubblica The Posthuman Condition. Nel riepilogativo The Posthuman Manifesto – To understand how the world is changing is to change the world, al primo punto troviamo scritto:

É evidente che oggi gli uomini non sono più la cosa di maggior importanza nell’universo. Questo è qualcosa che gli umanisti devono ancora accettare.

Fine dell’umano, inizio del postumano. Un evidente atto di cannibalismo. Solo che non si trattava dell’uomo mangiato dal simile, ma dell’uomo mangiato dalla macchina, o meglio, inghiottito dagli schermi.

Una frase che Nove, forse subliminalmente, ha preso molto sul serio, perché tutti i racconti di Woobinda (e poi Superwoobinda) sono  attraversati da zombie, tracce di un’umanità che persistono unicamente nella propria disumanità. Woobinda getta il lettore in un mondo rovesciato e terrificante dove figli operai sodomizzano padri inerti sul divano, dove padri della “famiglia media italiana della destra che c’è” (Nove, 1998, p. 154) commettono incesti con le proprie figlie, il tutto condito con abbondanti schizzi di sangue, l’unico segno di qualcosa di vivo. Ma non confondiamoci. L’efferatezza, la crudeltà, la violenza incontrollata, l’idiozia, la sessualità perversa e polimorfa non rimandano ad atti di ribellione, a un senso del tragico, a sentimenti di disperazione, a passioni tristi o ad esagerate trasgressioni. Non c’è nessuno scellerato progetto sadiano (Klossowski, 1947). Si tratta, invece, di automatismi fisiologici, archi riflessi viscerali. 

Sempre un anno prima dell’uscita di Woobinda, l’attore Carmelo Bene, ospitato per la seconda volta consecutiva al Maurizio Costanzo Show si rivolge alla platea con fare sprezzante e nello stesso tempo sconsolato da un’Italia che, nella precedente ospitata, aveva definito “un condominio di piattume e piattole… in un’epoca che non produce più niente di umano”. La frase è iconica: “Occhio zombie che vi spacco il cervello stasera”.

“Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal”.

“Quando la testa di Michela rimbalzò recisa tra le mie mani un rumore sordo interruppe la musica”.

“Mia madre ha scoperto che tengo la merda nel comodino”.

“Mi chiamo Rosalba, ho ventisette anni e sono un attimino bella. Per questo ho sempre un cazzo in bocca”.

Ecco alcuni dei caustici incipit che non rimandano a nessun inizio così come molti racconti non prevedono una fine, ma un’improvvisa interruzione. 

“Misi i cervelli dentro il lavandino e pulii bene l’interno delle loro teste con lo Scottex. Ci versai dentro il Pure & Vegetal, dovevano capire che t”

“Bisogna cambiare la situazione politica. Fare qualcosa per questo mondo. Lo pensavo sempre, da bambino. Oggi, ritengo ch”

“Adesso la scatola è diversa ma essenzialmente gli Smarties sono gli stessi. Smarties sono sempr”

I racconti si accendono e poi si spengono, ma la realtà della televisione, e oggi quella del Web, continuano interminabili al di là dello schermo. 

Il linguaggio esplode, il lessico si fa scarno, la sintassi zoppa, la punteggiatura mero accessorio. La scrittura di Nove in Woobinda non è un esercizio di stile, ma l’esigenza di adottare un linguaggio capace di denunciare una realtà fuori rappresentazione: “Il mio scopo era quello di riportare il ritmo dello zapping in letteratura, scrivere televisivamente ciò che è breve, veloce e spezzato. È stato un misto di scelta letteraria e … come dire… di gratificante comodità, perché così si vive e così si parla […]”, dirà Nove (Cito da Gervasutti, 1998, pp. 41-42.).

Nove cerca di dare una risposta provocatoria al motto postmoderno “A ciascuno la sua narrazione!”, a quell’illusoria estetica dell’Io che poggia sullo sfrenato individualismo liberale. Al contrario, Woobinda testimonia che non c’è più narrazione possibile, e dunque non c’è più una narrazione di sé (Han, 2023). Le fagocitanti immagini delle televisioni commerciali e dell’incipiente Web s’innestano nel nostro Io, impedendogli qualsiasi tentativo di ricomposizione. Non rimane che un’individualità reclusa nel proprio nome di nascita e in un generico segno zodiacale: “Mi chiamo Marco e sono un bel ragazzo dell’Acquario”; “Sono un ragazzo di trent’anni. Mi chiamo Lucio. Sono del segno del Cancro”. 

Woobinda non si può “semplicemente” leggere, non ti fa sostare sulla pagina, non è contemplativo. È una cartografia della realtà, della realtà caotica impressa a forza nei caratteri di stampa. Induce una lettura strabica, un occhio sulla pagina, l’altro sulla quotidianità frammentata dalle immagini televisive e cannibalizzata dal turbocapitalismo che in quegli anni, complice il Verbo berlusconiano, veniva ammantato da un illusorio benessere economico. 

I Cannibali hanno avuto il merito di mostrare come “nelle promesse del benessere c’era in agguato la devianza […] Genitori uccisi per un semplice divieto o per denaro; la roulette di massi lanciati da cavalcavia autostradali; stupri di gruppo consumati come sulla giostra di un luna-park; delitti con mutilazione; esplosioni di violenza contro minoranze di ogni tipo” (Brolli, 1996, p. VII). 

E, oggi, tutto questo non c’è più?

Woobinda: una tragedia annunciata

Woobinda è il ritratto letterario e grottesco dei prodromi di ciò che oggi definiamo clinica digitalmente modificata, da cui nessuno è risparmiato (Scognamiglio & Russo, 2018; Scognamiglio, 2021; Scognamiglio, Russo & Fumagalli, 2024): bambini che defecano solo se il genitore dà a loro il cellulare, ragazzine “un attimino belle” che si dispongono come pezzi di carne sul banco macelleria di TikTok, chirurgia estetica all’insegna del “Voglio un volto come il filtro di Instagram”, adolescenti ritirati dalla società che non c’è, giovani adulti sospesi in percorsi universitari che sembrano non cessare mai, la sessualità fra avatar consumata nelle dating app, trentenni e quarantenni negli annali delle generazioni scomparse, cinquantenni in un eterno puberale e tutto il resto a guardarsi sfiorire negli schermi degli smartphone. E poi FOMO, sexting, orbiting, ghosting, phubbing, challenge, scrolling infinito e tanta, tantissima pornografia3

Tutto questo lo abbiamo riassunto nel concetto di Narcisismo del You (Scognamgilio, 2021; Scognamiglio, Russo & Fumagalli, 2024).

 “Il Narcisismo del You non riguarda né la grandiosità dell’Io e nemmeno la sua vulnerabilità, bensì l’assorbimento più o meno totale dell’Io nell’onnipotenza del Web” (Scognamiglio, Russo & Fumagalli, 2024, p. 89). L’Io di fronte alla tirannia dell’algoritmo informatico si tramuta in You, in un oggetto giocato dalle logiche della Gamification4, lì dove il gioco è solo uno strumento ingannevole che ha l’obiettivo di annullare la consapevolezza dell’utente di essere stato ridotto a puro dato: “internet non è più un luogo a misura d’uomo, ma è un luogo a misura di macchina dove gli esseri umani sono superflui” (Salvia, 2022, p. 211). Il Web 2.0 ci ha reso content creator e prosumer, riuscendo a comprarci, senza darci nulla in cambio, un insolito prodotto: l’autenticità, con il risultato che solo sul Web godiamo dell’autenticità di noi stessi.

Il peggio di tutto questo è che sembra non se ne possa parlare o che il parlarne apra solo a un sentimento di rassegnazione o, in sua risposta, di euforica adesione ai dettami del Web. Il pensiero critico è ormai da tempo bandito perché il Web non si tocca, è fantastico e i social sono incredibili, quante possibilità prima impensabili… e gli adolescenti perfettamente adeguati ai tempi correnti (che illusione!).

A rileggere Woobinda viene quasi nostalgia. 

 Se in Woobinda i primi cellulari svolgevano la rispettosa funzione di dildi, di oggetti erotici da far squillare nelle cavità intime, oggi nel buco del culo dei social network ci siamo finiti tutti. Si parla ormai di enshittification, di merdificazione del Web a causa delle piattaforme digitali: “Siamo nel pieno di una grande merdificazione, in cui i servizi su cui facciamo affidamento si stanno trasformando in mucchi di merda” (Doctorow, 2024, p. 40).

Ne nasce, provocatoriamente, un quesito ontologico: siamo noi che mangiamo merda o i social ci rendono merda?

Lo stesso Nove nella Prefazione alla nuova edizione di Woobinda commenta: “Rileggendolo oggi, ci trovo, netta, un’epica della merda. Quella in cui oggi siamo sommersi. Allora, mentre appena iniziava ad arrivare, la si poteva addirittura raccontare” (2024, p. 13).

Nove farà una rettifica di Woobinda e Superwoobinda in Anteprima mondiale del 2016. Si tratta di un aggiornamento 2.0 del disastro, di quella realtà che nel corso degli anni “divenne dominante, si stabilizzò e incancrenì” (Nove, 2016, p. 189). Eppure, come nota Nove, non è della stessa realtà che stiamo parlando. Quella di oggi è più subdola (eufemismo per non dire peggiore) perché “Ora il sogno è la realtà” (ibid., p. 154). Il sogno coincide con la realtà.

Il concetto di simulacro, uno dei nuclei centrali del pensiero di Baudrillard (1981, 1995), aiuta molto bene a comprendere l’indistinzione fra reale e virtuale. Nel simulacro non c’è più la possibilità di un Reale a cui fare ritorno, non c’è l’uscita da o l’ingresso in Matrix, non c’è l’originale che si oppone alla copia, ma la realtà tutta coincide con un segno che non rimanda più a un oggetto. Il segno acquisisce una propria autonomia e la copia prende il sopravvento sull’originale. La televisione e ancor più il Web inglobano la realtà o divengono l’unica realtà possibile, ingabbiando la mente in un sistema di riproduzione infinito di cose già viste. Viviamo e percepiamo il mondo esclusivamente dallo sguardo dello schermo al punto che: “Quel che tuttavia ci attende alla fine di questo processo di virtualizzazione è che cominciamo a percepire la stessa “realtà reale” come un’entità virtuale” (Žižek, 2002; tr. it. 2022, p. 27). 

E, dunque, che fine fa il Reale

Il filosofo Slavoj Žižek scrive, a proposito dell’attacco alle Torri Gemelle del 2001, di “de-realizzazione” dell’orrore: “mentre la cifra di seimila vittime veniva ripetuta di continuo, è impressionante quanto poco si sia visto del massacro vero e proprio: niente corpi smembrati, niente sangue, niente facce disperate della gente che sta per morire […]” (Žižek, 2002; tr. it. 2022, p. 29). La medicina sembra, dunque, quella di dover riassimilare l’orrore del Reale nella nostra realtà. Tuttavia, lo stesso Žižek prende le distanze dall’interpretazione “secondo cui l’attacco al World Trade Center ha costituito l’intrusione del Reale che ha sconvolto la nostra Sfera illusoria”, bensì: “Quel che è successo con l’11 settembre è stato l’ingresso nella nostra realtà di quell’apparizione fantasmatica sullo schermo. Non è successo che la realtà sia entrata nella nostra immagine, ma che l’immagine sia entrata e abbia sconvolto la nostra realtà (cioè le coordinate simboliche che determinano quel che sperimentiamo come realtà)” (Žižek, 2002; tr. it. 2022, p. 32). 

Dando corso alle parole di Žižek, potremmo dedurre che l’orrore del Reale non sta nell’immagine dell’orrore, ma nell’orrore dell’immagine che possiede, nella sua ipersemplificazione, una forza destrutturante la capacità di pensiero. In Woobinda, l’immagine dell’orrore, corredata da un surplus di violenza, è ciò di cui otteniamo una rappresentazione psichica, lì dove non percepiamo il vero orrore: quello delle immagini della società dei consumi.

Finale senza lieto fine?

È il mese di luglio del 2001, a breve compirò 17 anni

A Genova si sta consumando uno dei fatti più vergognosi della Repubblica italiana. Il G8 di Genova mostra a tutto il mondo le immagini di una repressione violenta e sanguinaria a opera di uno stato democratico. Si parlerà perfino di “macelleria messicana”. 

Con la morte di Carlo Giuliani, con i pestaggi gratuiti a manifestanti pacifici, con l’assalto alla scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto si consuma un delitto tanto simbolico quanto più reale del sangue che, in quei giorni, circolava negli schermi televisivi: la repressione sistematica del G8 mette fine alla cultura dei movimenti di protesta, all’idea o ideale di lotta contro l’ordine costituito. Con il G8 di Genova muore Carlo Giuliani e muore anche la possibilità di un “NOI”.

Da lì a qualche anno, con l’avvento del Web 2.0, tutti contenti ritroveremo questo NOI sottoforma di agglomerato di profili fra le pagine di Facebook.

Cosa rimane?

Nel suo ultimo romanzo Pulsar, Nove scrive dell’infanzia e del futuribile. Non si tratta solamente di un richiamo alla memoria e di una immaginaria previsione, ma di una possibilità percettiva. Frammenti caleidoscopici fra prosa e poesia invitano il lettore all’esercizio di una percezione in cui odori, persone, suoni, eventi, oggetti ci rapiscono. Pulsar si presenta come la nemesi di Woobinda. L’impossibilità del presente, l’inesistenza del futuro e l’inutilità del passato ci spingono a ritrovare una possibile soggettività esclusivamente dentro una disarticolazione ormai ineluttabile in cui corpi, linguaggio, merci, avatar, Instagram, TikTok, videogames, betting, Intelligenza Artificiale, Elon Musk, la guerra in Ucraina, la striscia di Gaza, la povertà aumentata, il global warming, il ritorno dell’estrema destra, la Ferragni, la porn

Note 

1 Woobinda, riportando le parole di Nove, è “il nome di uno sfigatissimo eroe di una serie televisiva fallita” (2024, p, 13)

2 Il termine sorpasso venne coniato per indicare il superamento del PIL italiano rispetto a quello britannico. I sorpassi avvennero nel 1987, 1991 e 2009.

3 Sul mondo della pornografia, da segnalare, il legame fra suicidi degli attori porno e il Web. Rocco Siffredi, attore e imprenditore del porno, ha affermato in proposito: “Semplice, colpa dei social. Sono terrorizzato: le ragazze arrivano sul set in diretta live su Snapchat, e quando finiscono tornano online, all’istante, per i commenti dei fan. Con complimenti e critiche. Non staccare mai porta a cortocircuiti terribili” (Intervista rilasciata a La Confessione, 23 marzo 2018).

4 Per Gamification s’intende “la tecnologia da assuefazione finalizzata a creare dipendenza psicologica nelle persone che fanno uso di un device, senza utilizzare esplicite azioni di marketing, pubblicità o altri stimoli esterni che l’utente possa individuare e, quindi, sottrarsi” (Scognamiglio, Russo & Fumagalli, 2024, p. 182). 

Bibliografia

  • Baudrillard, J. (1981), Simulacri e simulazione, Feltrinelli, Milano, 1985.
  • Baudrillard, J. (1995), Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello Cortina, Milano, 1996.
  • Brolli, D. (1996), Le favole cambiano, in Gioventù cannibale. La prima antologia italiana dell’orrore estremo, Einaudi, Torino. 
  • Culicchia, G (1994), Tutti giù per terra, Garzanti, Milano. 
  • Doctorow, C. (2024), Fermiamo questa merda, in Internazionale, n. 1552, anno 31 del 1/7 marzo 2024. 
  • Gervasutti, L. (1998), Dannati & Sognatori. Guida alla nuova narrativa italiana, Campanotto, Pasian di Prato.
  • Han, B.-C., (2023), La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quotidiana, Einaudi, Torino, 2024.
  • Klossowski, P. (1947), Sade prossimo mio, SE, Milano, 2017.
  • Nove, A. (2016), Anteprima mondiale, La nave di Teseo, Milano. 
  • Nove, A. (1996), Woobinda, ilSaggiatore, Milano, 2024.
  • Pepperell, R. (1995), The Posthuman Condition: Consciousness Beyond the Brain, Intellect Books, Bristol, 2003.
  • Salvia, M. (2022), Interregno. Iconografie del XXI secolo, Nero Edizioni, Roma.
  • Scognamiglio, R.M. (2021), L’inconscio digitale: la sfida di una clinica senza soggetti, in “Psicoterapia e Scienze Umane”, 55(2), 205-226.
  • Scognamiglio, R.M., Russo S.M. (2018), Adolescenti Digitalmente Modificati (ADM). Competenza somatica e nuovi setting terapeutici, Mimesis, Milano.
  • Scognamiglio, R.M., Russo, S.M., Fumagalli, M. (2024), Il Narcisismo del You. Orientarsi nella clinica digitalmente modificata, Mimesis, Milano. 

Immagini gentilmente concesse da Pixabay

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