Incontrare Roberta Bruzzone

Studiosa, psicologa, criminologa

Roberta Bruzzone è un’affermata psicologa forense e criminologa. Specializzata in psicopatologia forense è conosciuta dal grande pubblico per aver seguito diversi casi di cronaca nera particolarmente discussi e intricati. Da sempre incuriosita dal mistero, ha maturato una grande abilità nello studio della mente criminale che continua ad approfondire con impegno e determinazione.

Di seguito pubblichiamo la trascrizione di un’intervista telefonica rilasciata alla nostra Rivista, in cui ha illustrato la complessità della mente degli autori di reato e di un lavoro altamente specialistico che richiede formazione, dedizione e coraggio, prendendo spunto dal suo più recente testo “Favole da incubo” scritto con Emanuela Valente.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Parliamo del suo ultimo libro, in cui ci narra di interazioni di coppia disfunzionali che hanno avuto esiti violenti. Dottoressa, che peso ha l’educazione genitoriale nella strutturazione della personalità del carnefice e della vittima?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: ha un peso notevolissimo. L’educazione attinge dagli stereotipi di genere e si porta appresso il substrato culturale, i valori, i pregiudizi, tutto un insieme di idee e atteggiamenti che fanno parte del bagaglio culturale e valoriale di un contesto. All’interno del libro “Favole da incubo” io ed Emanuela Valente[1] abbiamo scelto di raccontare queste storie attraverso la lente dello stereotipo di genere. Idealmente è come se, insieme agli autori di reato, sul banco degli imputati ci fossero anche gli stereotipi di genere, elementi determinanti sia per l’innesco dell’escalation finale che ha portato alla morte della vittima, sia per una sorta di collusione inconsapevole da parte di moltissime altre figure che all’interno di queste storie hanno avuto comunque un peso. Per esempio, i membri delle famiglie di vittima e carnefice, ma anche coloro che si sono mossi nel perimetro di questa relazione disfunzionale, compresi i soggetti che avrebbero dovuto agire a tutela di queste donne e dei loro figli. Noi abbiamo scelto di includere nel libro dieci storie più una, che riguarda un orfano di femminicidio, per raccontare dieci aspetti di questo fenomeno e dieci modi in cui questi stereotipi di genere possono diventare estremamente pericolosi.

L’obiettivo è trasformare queste storie in un monito: attenzione ai messaggi che diamo ai nostri figli e alle nostre figlie, perché gli stereotipi sono come delle gabbie che cominciano ad avvolgerli precocemente nel corso dello sviluppo e che spesso rimangono con loro per tutta la vita.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Nel libro emerge spesso il tema della dipendenza affettiva, piuttosto comune nella nostra società che al tempo stesso promuove ovunque il “mito dell’indipendenza”. Secondo lei come si spiega questo paradosso?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Il mito dell’indipendenza c’è e forse è rappresentato in maniera abnorme, ma non è minimante praticato dal punto di vista educativo. Assisto spesso ad una modalità educativa che non promuove l’indipendenza dei figli, anzi la tendenza genitoriale è quella di proteggerli eccessivamente, sgombrare loro il campo da qualunque ostacolo, allarmarsi estremamente per piccole cose, come se i ragazzini non fossero in grado di gestire nulla. In questo senso trovo una grande discrasia tra quello che viene promosso come valore, ossia l’autonomia, l’indipendenza, il saper contare su di sé all’interno di un progetto di vita, che sono indiscutibilmente dei valori, e quella che è l’educazione corrente. Tantissimi genitori sono terrorizzati all’idea che i figli muovano dei passi nel mondo, che possano sbagliare e di fatto non li lasciano compiere errori perché sgombrano il loro campo da qualunque difficoltà. Quando poi la vita, inevitabilmente, presenta le prime difficoltà sia nella scuola che nelle relazioni con gli altri, i ragazzi mostrano il proprio disadattamento, in quanto non hanno mai sperimentato la possibilità di sbagliare e di riparare all’errore. Se a questi bambini non viene permesso di sperimentare nulla, neanche la minima frustrazione, quando dovranno gioco-forza entrare nella vita reale, fuori dal perimetro familiare, si compirà la tragedia perché avranno sempre bisogno di qualcuno che li sostenga e li rassicuri. Questo va bene in un periodo precoce del ciclo di vita, ma l’adolescenza dovrebbe proprio servire a crescere e a mettersi alla prova, laddove se ne ha la possibilità.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: C’è un una scissione tra mito e realtà.

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Il mito viene proposto, riproposto e sospinto, ma nella realtà questa autonomia viene ostacolata e boicottata. Questo è un problema per molti ragazzi.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Leggendo il libro mi ha colpita il passaggio in cui si parla dell’utilizzo del fuoco per annientare una vittima e volevo chiederle se e in che modo la scelta dell’arma per uccidere dica qualcosa della personalità dell’assassino.

Dott.ssa Roberta Bruzzone: La modalità con cui viene consumato il reato è molto eloquente! Tutte le storie che abbiamo raccontato sono storie in cui l’omicidio è avvenuto in maniera violenta, perché questo tipo di uomini non si limita a togliere la vita, ma deve annientare simbolicamente la donna che ha osato sottrarsi al loro potere, al loro controllo, alla loro psicopatologia. Ognuno chiaramente con i suoi tratti specifici. Non basta che queste donne muoiano, devono essere annientate sotto il profilo simbolico, quindi assistiamo quasi sempre a modalità omicidiarie devastanti, portate avanti sistematicamente, che manifestano una violenza che difficilmente si esaurisce in qualche colpo. L’omicida deve proprio distruggere il corpo dell’altro, far pagare nella maniera più feroce possibile la decisione di averlo lasciato a se stesso.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: … Quindi come regola generale possiamo dire che quanto più l’omicida procede con accanimento, tanto più dimostra una volontà di annientamento totale dell’altro?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Sì, e si parla di overkilling quando c’è questa modalità espressiva, questa violenza che non si placa, anche dopo i colpi sufficienti per uccidere. Troviamo qui l’espressione di un bisogno psicologico preciso, che non è soltanto quello di uccidere, ma è quello di annientare, di distruggere simbolicamente, di fare in modo che la vittima non esista più da nessun punto di vista.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Grazie per questa spiegazione. Passando ad un altro argomento, nel webinar “Mondo virtuale, pericoli reali” tenuto con Dott. Lavenia, il Dott. Scognamiglio e il Dott. Zoccarato, lei ha affermato che “persone funzionanti nella vita reale, nella vita sociale, a volte perdono la bussola del loro funzionamento virando su meccanismi di difesa disfunzionali” quando si muovono nel web. Può dirci di più di questo fenomeno così attuale?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: I social media da questo punto di vista hanno un enorme potere, che possiamo definire patologizzante. Ci sono persone che, prima dell’avvento dei social, qualche chance di funzionamento adeguato nel mondo reale potevano averla preservata. Purtroppo, nel mondo virtuale hanno massimizzato la proiezione della propria invidia e di tutta una serie di aspetti legati al desiderio di convogliare l’attenzione su di sé. Il web è un mondo fittizio che per tanti, soprattutto per chi non vive una vita pienamente soddisfacente, diventa il luogo elettivo di ricerca di gratificazione. In questi contesti, purtroppo, la personalità, il nucleo identitario, tende a disintegrarsi, perché questi soggetti, avendo eletto la realtà virtuale prioritaria, cercano di creare una identità virtuale in grado di raccogliere consensi e interesse, e in essa, purtroppo, possono manifestarsi gli aspetti peggiori di sé. Ossia quelli più manipolativi, finalizzati solo ad ottenere vantaggi ed energia vitale da parte degli altri. Sono soggetti che ricavano la maggior parte delle loro soddisfazioni creando dei sé fittizi, diciamo dei Falsi Sé, per cercare di sanare problematiche spesso importanti sotto il profilo psicopatologico, che riguardano la loro vita reale. Ci sono moltissime persone che riversano nei social la parte peggiore del proprio essere, quella più persecutoria, più invidiosa.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: È come se fosse il luogo dove alcune persone cercano di compensare o di reagire alla frustrazione che vivono, in forma disregolata.

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Io la reputo una modalità di reagire altamente disfunzionale. Nei falsi profili spesso vengono agiti anche comportamenti di natura criminale finalizzati a perseguitare quelli che sono diventati dei bersagli, anche senza conoscerli, semplicemente perché ritengono che queste persone abbiano una vita in qualche modo simile a quella che loro desidererebbero e che non riescono ad avere. Sui social è un attimo diventare un bersaglio di azioni criminali, chiunque rischia e questo la dice lunga sui bisogni più oscuri che vengono soddisfatti all’interno di queste piattaforme.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Le faccio una domanda più vasta: esistono, secondo lei, delle costanti nel funzionamento della mente criminale?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: In modo generale faccio un po’ fatica a rispondere a questa domanda. Diciamo che ho trovato degli elementi che sembrano essere molto comuni in alcune tipologie di delitti, per esempio nei reati finalizzati all’affermazione del proprio Io, ossia finalizzati ad esercitare potere e controllo sugli altri… in questi casi molto spesso trovo tracce, e a volte anche qualcosa di più, della struttura di personalità di tipo narcisistico. O meglio, si tratta di soggetti che sono profondamente assorbiti da se stessi e dai propri bisogni, che non hanno empatia e considerano gli altri degli oggetti da usare a proprio piacimento. Tendono a costruire un’idea di potere sugli altri assolutamente malevola e soprattutto non riescono ad elaborare una teoria della mente, perché non considerano l’altro allo stesso livello, o meglio, è come se vivessero gli altri come privi di una loro capacità di pensiero, di una loro capacità di sentire emozioni, di provare bisogni. Molto spesso quelli che arrivano ad uccidere, soprattutto nelle relazioni, sono soggetti con questo tipo di personalità, a volte sotto soglia rispetto al disturbo vero e proprio, a volte invece con disturbi narcisistici molto seri. Anche alcuni tratti del disturbo borderline sono piuttosto comuni in certe categorie di autori di reato, per esempio negli stalker, persone che non tollerano l’idea di essere stati abbandonati, o di essere stati rifiutati, e che trasformano questo tipo di vissuto in una “bomba atomica” impossibile da disinnescare. In base alla tipologia di personalità è abbastanza facile prevedere quali potrebbero essere i possibili sviluppi in termini di escalation di pericolosità.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Nel suo libro sul narcisismo “Io non ci sto più. Consigli pratici per riconoscere un manipolatore affettivo e liberarsene” la pericolosità di questo tipo di soggetti è espressa in modo molto chiaro.

Dott.ssa Roberta Bruzzone: L’obiettivo del narcisista è proprio quello di creare un’immagine nella mente della futura vittima talmente solida e talmente appagante da costringerla a rimanere appiccicata a quell’immagine inesistente, pur di ottenere delle “briciole” e patendo al contempo ogni genere di vessazione.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Visto che parliamo di narcisismo, in criminologia si utilizza tendenzialmente il DSM 5 o altri modelli diagnostici?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Il punto di riferimento diagnostico principale sicuramente è il DSM-5, tuttavia il DSM-5 su alcuni disturbi di personalità non è così completo. In particolare, per quanto riguarda il narcisismo, laddove possibile si utilizzano altri autori, ad esempio Gabbard o Kernberg. Sempre sul narcisismo non è infrequente imbattersi in una diagnosi sotto il profilo psichiatrico di narcisismo così detto “covert” o “overt” come presente nel lavoro di Paul Wink.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: In quanto esponente dell’Istituto di Psicosomatica Integrata e dell’Associazione Italiana di Psicologia Psicosomatica le chiedo se nel suo lavoro hanno un ruolo le reazioni del suo corpo e le sensazioni somatiche che avverte. In qualche modo le danno alcune informazioni in più sul suo vissuto e su quello di chi ha davanti?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: L’intuizione direi sì, intesa come capacità di leggere l’altro empaticamente, cercare di mettersi nella testa della persona per capire come funziona, è alla base del mio lavoro. Osservo molto, studio molto il percorso di vita della persona per coglierne i meccanismi adattivi o disadattivi che ha sviluppato. In questo processo però mi faccio guidare principalmente dalla griglia informativa composta dai dati che raccolgo. Può succedere che una sensazione si palesi però non è mai un elemento che guida il mio lavoro in maniera così determinante. Il cardine del lavoro verte sull’elemento oggettivo, l’informazione, il dato, la storia di vita, il tipo di esperienze fatte, come il soggetto ha gestito le crisi nel ciclo di vita, informazioni fondamentali per capire come funziona e che risorse e problemi ha, tutti fattori che poi hanno contribuito all’escalation. Di solito ogni storia ha un finale prevedibile in base al funzionamento del soggetto. Ci sono alcune persone che hanno una modalità di funzionamento abnorme, che devastano la vita degli altri e che è inevitabile che combinino qualche guaio importante.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: C’è da aspettarselo.

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Sì, c’è da aspettarselo, però il disagio psicologico ancora oggi è altamente sottovalutato, finchè non esplode e le persone intorno iniziano a pensare che avrebbero dovuto accorgersene prima. Il problema grosso è che soprattutto il disagio psicologico, personologico, tipico di quelle persone che presentano grossi problemi nelle relazioni, che non tollerano la frustrazione e che mettono in campo meccanismi difensivi assolutamente disadattativi già in una fase precoce della vita, solitamente non vengono visti nella loro criticità dal contesto di appartenenza. Moltissimi genitori non riescono a prendere in considerazione queste difficoltà psichiche dei loro figli, fino a quando il problema diventa così grave da sfuggire letteralmente di mano.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Qual è, secondo lei, l’aspetto migliore del suo lavoro?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: L’avere sempre a che fare con situazioni diverse. È un lavoro molto stimolante perché ogni volta il caso che affronto è diverso, ha aspetti critici diversi che bisogna risolvere. Per una come me che non ama annoiarsi è importante aver scelto una professione di questo tipo, che fa crescere e acquisire esperienza continuamente, oltre a permettere di valutare la bontà dell’esperienza maturata fino a quel momento. Ogni giorno mi arrivano all’attenzione una serie di situazioni di cui penso: “un caso peggio di così non potrà mai più arrivarmi”, per essere poi ripetutamente smentita. Sono tutte vicende molto pesanti, quasi sempre legate a crimini violenti o omicidi, però è un lavoro che mi consente di essere utile soprattutto a chi ha bisogno di capire bene quello che è successo, e in questo credo di essere molto brava. So ricostruire con grande precisione quello che è accaduto su una scena del crimine, così come nella mente di una persona o della sua vittima.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Deve darle molta soddisfazione! Dopo tanti anni di carriera ha iniziato un percorso formativo presso la Scuola di Psicoterapia Analitica di Gruppo Nuova clinica Nuovi setting, che cosa cerca al suo interno? E cosa trova in questa formazione?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: quello che cerco all’interno della Scuola di Psicoterapia analitica di gruppo Nuova clinica Nuovi setting è una cornice di riferimento dove poter mettere le informazioni e le competenze che ho acquisito in molti anni. Non ho in mente di fare la psicoterapeuta, e anche volendo non ne avrei il tempo, però credo sia molto importante per me continuare a crescere e la Scuola mi dà questa occasione. Nell’ambito della criminologia è difficile per me trovare situazioni formative che mi stimolino, sono una persona molto appassionata, studio in continuazione, e lo faccio in maniera autonoma perché non trovo altrove la possibilità di ampliare le mie competenze. Ho sempre approfondito molto, ho sempre avuto questo tipo di impostazione che ho trasferito anche nella scuola “Accademia internazionale delle scienze forensi” che ho fondato io stessa.

Ero però interessata a spolverare la parte più clinica perché la uso spesso in chiave forense, per potenziare la comprensione di alcuni meccanismi che io vedo sotto il profilo criminologico, giudiziario, investigativo. Volevo arricchire il mio bagaglio anche sotto il profilo più prettamente clinico. Non tanto per quanto riguarda i soggetti che analizzo io, perché si tratta di soggetti che hanno commesso crimini terribili, ma per ciò che attiene il quotidiano. Inoltre ho sempre bisogno di tenere la mia mente attiva, per cui ho voluto farmi questo regalo, darmi la possibilità di arricchire il mio bagaglio professionale. È stato un modo per aggiornarmi efficacemente anche su autori che utilizzo nel lavoro come Gabbard, Kernberg, Khout e Fonagy che ho ampiamente studiato in passato soprattutto nell’ottica giudiziario-forense.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: È sempre stata così curiosa o pensa sia stato l’incontro con la criminologia a farle scattare la volontà di approfondire con passione la materia?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Sono nata così… alcune cose con me sono nate e con me se ne andranno.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: È una caratteristica molto utile nel suo lavoro.

Dott.ssa Roberta Bruzzone: In questa fase della mia vita ne vedo l’utilità e la gestisco, mentre da bambina questa peculiarità mi metteva nei guai. Non mi tenevano nemmeno legata, non c’era modo, per cui i miei genitori hanno avuto il loro bel da fare!

Dott.ssa Francesca L. Colombo: A volte anche le buone caratteristiche hanno un prezzo da pagare.

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Ho scoperto dopo che erano buone caratteristiche, quando ho maturato una visione di una mia professionalità, costruendola giorno per giorno, nonostante tutti mi dicessero che quello che avevo in testa di fare, cioè il lavoro che ormai da anni faccio regolarmente, era impossibile. Evidentemente era impossibile per loro!

Dott.ssa Francesca L. Colombo: Le faccio un’ultima domanda per i giovani psicologi e criminologi che ci leggono: che cosa consiglia loro?

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Consiglio di studiare tanto! Questa è una materia in cui è meglio non sbagliare, per la quale è necessario impegnarsi tanto e rimanere nel perimetro della propria professionalità, non giocare a fare quello che non si è. È importante che certe cose le faccia chi è in grado di farle, qualcuno che abbia un percorso alle spalle che certifica certe competenze e ci vuole coraggio! Il coraggio di seguire le proprie ambizioni anche se sono complesse e faticose, anche se ci vuole tanto tempo e tantissima energia. Quindi chi vuole percorrere certe strade, come quella della criminologia, che è dura e complessa perché ultra specialistica, deve sapere che sarà tosta, sarà dura e chi arriverà in fondo, arriverà perché ha avuto dalla sua parte una grande motivazione. Non è un lavoro per tutti: bisogna essere strutturati in maniera molto solida, al di là della formazione teorica, mi riferisco proprio alla propria struttura di personalità, perché tutti i giorni sei sottoposto ad una serie di sollecitazioni pesanti, ma per il resto … in bocca al lupo a tutti, forza e grinta perché quelle servono sempre!

Dott.ssa Francesca L. Colombo: La ringrazio, se vuole salutandoci può raccontarci qualcosa dei suoi nuovi progetti in cantiere…

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Sì, certo! Sto lavorando al libro “Nella tela del ragno” che tratta i temi della manipolazione e della violenza online. È un testo dedicato ad alcuni degli scenari pericolosi del web, che includono i social media.

Dott.ssa Francesca L. Colombo: La ringrazio per la sua disponibilità, buona serata!

Dott.ssa Roberta Bruzzone: Buona serata, a presto.


[1] Emanuela Valente: giornalista professionista dal 2010, ha scritto per Il Corriere dello Sport, Ansa e Skysport. Conduttrice radiofonica dal 2006. Oltre che di sport si occupa in generale di cultura, libri, teatro, musica e storia.

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