di Riccardo Marco Scognamiglio
PSICOLOGIA PSICOSOMATICA – 51 –
DATA DI PUBBLICAZIONE: 13 ottobre 2026
Quando finisce l’adolescenza? Fino a qualche decennio fa la risposta sembrava relativamente semplice. Si terminavano gli studi, si iniziava a lavorare, si usciva dalla famiglia d’origine, si costruiva una relazione stabile. Non tutti seguivano lo stesso percorso, naturalmente, ma esistevano passaggi socialmente riconoscibili che segnalavano l’ingresso nella vita adulta.
Oggi questi confini sono diventati molto più incerti. La psicologia ha descritto questa trasformazione parlando di Emerging Adulthood (Arnett, 2000, 2016; Gilmore, 2019; Miller, 2017), una fase intermedia fra adolescenza ed età adulta, e di Endless Adolescence (Arnett & Taber 1994), per indicare il permanere nell’adulto di caratteristiche tipicamente adolescenziali. Ma la questione che emerge dalla clinica è più radicale: siamo sicuri di trovarci soltanto davanti a un’adolescenza che dura più a lungo?
Pensiamo a un giovane che termina la scuola superiore e decide di prendersi un anno per capire cosa fare. L’anno diventa due, poi tre. Nel frattempo, svolge qualche lavoro occasionale, pensa all’università ma non si iscrive, oppure si iscrive senza riuscire a trasformare lo studio in un progetto. Non è necessariamente un ragazzo che “non fa nulla”. Può avere una vita sociale, lavorare saltuariamente, viaggiare, utilizzare perfettamente le tecnologie. Eppure, qualcosa rimane sospeso: non riesce a trasformare le possibilità in una direzione.
È proprio questa sospensione uno dei fenomeni che incontriamo sempre più spesso nella clinica (Scognamiglio & Russo, 2018; Scognamiglio, Russo & Fumagalli, 2024).
Per molto tempo le società hanno organizzato la vita attraverso alcune grandi “cerniere”: scuola, lavoro, matrimonio, famiglia, invecchiamento. Oggi queste tappe hanno perso parte della loro capacità di scandire il tempo dell’esistenza. Non significa rimpiangere un modello familiare o sociale del passato. Significa osservare che, quando i passaggi diventano meno definiti, diventa anche più difficile utilizzare il tempo per costruire una storia di sé.
Si può vivere sempre di più nel presente senza che quel presente sia chiaramente collegato a ciò che è avvenuto prima e a ciò che potrebbe avvenire dopo. È quello che definisco il passaggio dalla presentificazione al presentismo. La presentificazione permette di dire: “Oggi faccio questo perché vengo da questa esperienza e voglio andare in quella direzione”. Nel presentismo, invece, il presente rischia di diventare autosufficiente: ciò che faccio oggi non deve necessariamente impegnarmi rispetto al domani (Scognamiglio, 2023).
Le conseguenze sono molto concrete. Si può restare per anni all’università perché l’università diventa un luogo protetto; accumulare titoli senza riuscire a entrare nel lavoro; rimandare continuamente una scelta perché ogni possibilità deve restare aperta. Anche nelle relazioni può comparire qualcosa di analogo: si desidera fortemente la vicinanza dell’altro, ma contemporaneamente ogni legame che comporti dipendenza, limite o responsabilità viene vissuto come minaccia alla propria libertà (nei social va molto in voga usare a tal proposito il termine “tossico”).
Non credo però che tutto questo possa essere spiegato semplicemente parlando di “adultescenti” (termine coniato nel marketing sul finire degli anni 1990) . L’adultescente è un adulto che conserva tratti adolescenziali. Nella clinica contemporanea osserviamo anche qualcosa di diverso: persone che sembrano non essere riuscite a stabilizzarsi né nella posizione adolescenziale né in quella adulta.
Ho definito questi soggetti “ibernati” (Scognamiglio, 2025). L’immagine dell’ibernazione descrive un individuo che può continuare a funzionare nella famiglia, nello studio o nel lavoro, ma il cui movimento evolutivo sembra rallentato o sospeso. Non è semplicemente una persona che non sa quale strada scegliere. In alcuni casi sembra mancare qualcosa che viene ancora prima della scelta: la possibilità di sentire che una determinata decisione riguarda davvero la propria vita. Qui sta la differenza tra indecisione e indecidibilità. Nell’indecisione esistono due desideri in conflitto: vorrei questo, ma anche quello. Nell’indecidibilità, invece, la scelta sembra non riuscire nemmeno a costituirsi pienamente. Si può dire contemporaneamente “non lavoro” e “in fondo lavoro, perché faccio qualche lavoretto”; “vorrei studiare Storia” e “non ha senso studiare, perché i libri di Storia posso leggerli da solo”. Ogni possibilità produce immediatamente l’argomento che la neutralizza.
Il digitale non è semplicemente la causa unica di questo fenomeno. Sarebbe troppo facile sostenerlo. Il punto è che viviamo ormai in un habitat digitale (Scognamiglio, 2021; Scognamiglio, Russo & Fumagalli, 2025; Scognamiglio & Benasayag, 2026), cioè in un ambiente nel quale il digitale modifica stabilmente il nostro rapporto con l’esperienza, con gli altri e con la scelta. La possibilità di passare continuamente da un’opzione all’altra, di revocare, modificare, ricominciare, chiedere una nuova risposta, rende culturalmente sempre più familiare una vita nella quale nulla deve necessariamente diventare definitivo.
In questo senso l’Intelligenza Artificiale può diventare simbolicamente una sorta di oracolo contemporaneo: un luogo al quale delegare non soltanto la ricerca di informazioni, ma progressivamente anche una parte della funzione decisionale. Il problema nasce quando la risposta esterna prende il posto dell’esperienza interna necessaria per dire: “Scelgo questo e accetto ciò che questa scelta comporta”. È ciò che ho chiamato “ibernazione dell’Io” (Scognamiglio, 2025). Una persona può continuare a dire “io voglio”, “io scelgo”, “questa cosa mi rappresenta”, ma può fare sempre più fatica a trasformare queste affermazioni in un’esperienza concreta, capace di organizzare azioni, progetti e conseguenze.
Da questo punto di vista cambia anche il lavoro psicoterapeutico. Non si tratta soltanto di aiutare il giovane a separarsi dai genitori o ad assumersi più responsabilità. Prima ancora occorre aiutarlo a costruire un rapporto con l’esperienza: provare, sbagliare, ricordare ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha funzionato e utilizzare questa esperienza per orientare la scelta successiva. È qui che torna centrale anche la funzione dell’adulto. Non dell’adulto che decide al posto del giovane, ma dell’adulto capace di trasmettere un modo di stare nel mondo: introdurre il limite, tollerare la frustrazione, attribuire significato all’esperienza e mostrare che scegliere significa inevitabilmente rinunciare a qualcosa.
Per questo il problema delle adolescenze interminabili non può essere ridotto alla formula secondo cui “i giovani diventano adulti più tardi”. La questione è più profonda: che cosa significa diventare adulti in una società nella quale sono diventati più incerti proprio i passaggi, i limiti e le esperienze attraverso cui si costruiva l’adultità? L’adolescenza interminabile, allora, non riguarda soltanto l’età. Riguarda la possibilità di trasformare il tempo in una storia, le possibilità in scelte e le esperienze in una direzione della propria vita.
Bibliografia
Arnett, J. J. (2000). Emerging adulthood: A theory of development from the late teens through the twenties. American Psychologist, 55(5), 469–480. https://doi.org/10.1037/0003-066X.55.5.469 DOI
Arnett, J. J. (Ed.). (2016). The Oxford handbook of emerging adulthood. Oxford University Press.
Arnett, J. J., & Taber, S. (1994). Adolescence terminable and interminable: When does adolescence end? Journal of Youth and Adolescence, 23(5), 517–537. https://doi.org/10.1007/BF01537734
Gilmore, K. (2019). Is emerging adulthood a new developmental phase? Journal of the American Psychoanalytic Association, 67(4), 625–653. https://doi.org/10.1177/0003065119868680
Miller, J. M. (2017). Young or emerging adulthood: A psychoanalytic view. The Psychoanalytic Study of the Child, 70(1), 8–21. https://doi.org/10.1080/00797308.2017.1280286
Scognamiglio R.M. (2021). L’inconscio digitale: la sfida di una clinica senza soggetti. Psicoterapia e Scienze Umane, 55, 2: 205-226. DOI 10.3280/PU2021-002002.
Scognamiglio R.M. (2023). De tempore aut more? Riflessioni sull’articolo di Luca Degasperi. Psicoterapia e Scienze Umane, 57, 4: 639-648. DOI 10.3280/PU2023-004005.
Scognamiglio R.M. (2025). Gli ibernati. Dal narcisismo dell’Io al narcisismo del You. Psicoterapia e Scienze Umane, 59, 3: 411-438. DOI 10.3280/PU2025-003002
Scognamiglio R.M., & Miguel Benasayag (Eds) (2026), Ibridi. Vivere nell’habitat digitale. Milano: JacaBook.
Scognamiglio R.M. & Russo S.M. (2018). Adolescenti Digitalmente Modificati (ADM). Competenza somatica e nuovi setting terapeutici. Sesto San Giovanni (MI): Mimesis.
Scognamiglio R.M., Russo S.M. & Fumagalli M. (2024). Il Narcisismo del You. Come orientarsi nella clinica digitalmente modificata. Sesto San Giovanni (MI): Mimesis.
