Cosa resta di una persona quando la memoria inizia a disfarsi? E che cosa accade ai legami costruiti nel corso di una vita quando viene meno la possibilità di riconoscersi in una storia coerente?
Sono interrogativi suscitati dalla visione del bellissimo “Variazioni sul modello di Kraepelin“, di Davide Carnevali, già autore dell’omonimo testo, in scena a marzo al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Pur prendendo avvio dall’Alzheimer, queste domande finiscono per toccare un tema che riguarda ciascuno di noi: il bisogno di dare continuità alla propria esistenza e alle relazioni che la attraversano.
Il riferimento a Kraepelin non è casuale. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il suo lavoro contribuì a trasformare la psichiatria in una disciplina clinica fondata sull’osservazione sistematica. Un sintomo, da solo, dice poco. Occorre seguirne l’evoluzione, osservarne il decorso e comprenderne gli esiti probabili.
Nella vicenda rappresentata il tempo non è un criterio con cui formulare una diagnosi. È il tempo frammentato dell’anziano padre, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, condensato nelle lancette dell’orologio che si muovono all’impazzata tra una scena e l’altra. Ma diventa soprattutto lo spazio entro il quale una relazione viene lentamente messa alla prova dalla malattia. L’Alzheimer non cancella soltanto ricordi: modifica il modo in cui passato e presente dialogano e altera la continuità dell’esperienza.

Dentro questo tempo disarticolato si muove il figlio. Lo interroga, raccoglie episodi, cerca corrispondenze, propone immagini, tenta ogni volta di ricomporre ciò che continua a sfuggire. Cambiano le situazioni, cambiano le parole, ma permane il tentativo – intriso di angoscia – di raggiungere il padre attraverso ciò che ancora può emergere dalla memoria.
In questa insistenza si può riconoscere un doppio movimento. Da una parte il figlio continua a offrire al padre occasioni perché possa esprimere qualcosa della propria esperienza, anche quando i ricordi affiorano in modo frammentario e non riescono più a organizzarsi in un racconto coerente. Dall’altra raccoglie quei frammenti e prova a metterli in relazione. Non si tratta soltanto di ricostruire la storia del padre. Attraverso quella ricerca tenta anche di dare una forma alla propria narrazione di quel padre, di comprendere il significato della relazione che li ha uniti. Eppure quella relazione non si sostiene soltanto attraverso ciò che può essere ricordato o raccontato. La presenza stessa del figlio accanto al padre ricorda che un legame può continuare a esistere anche quando la memoria non riesce più a garantirne la continuità.

Non è forse qualcosa che, mutatis mutandis, cerchiamo di fare anche in psicoterapia?
Naturalmente il lavoro del terapeuta si avvicina allo sforzo del figlio nella misura in cui accompagna la persona nella ricerca di un significato, aiutandola a mettere in relazione esperienze, affetti e ricordi, con la consapevolezza che ogni narrazione della propria storia rimarrà inevitabilmente incompleta. Il tentativo del figlio non trova compimento, e proprio per questo conserva tutta la sua forza: la sua ricerca non elimina l’angoscia, ma le offre una direzione.
Forse è anche questo uno dei compiti della psicoterapia. Non promettere una ricostruzione perfetta della propria storia, ma accompagnare la persona a sostare dentro quella ricerca, rinunciando all’illusione che il senso dipenda dal recupero di una verità definitiva. Ciò che continua a tenerci insieme è lo sforzo di cercare, ancora, un significato che colleghi ciò che altrimenti rischierebbe di disperdersi.

Immagini della piece di Masiar Pasquali, immagine di copertina di Pixabay
