Backrooms: la discesa nella psiche

Backrooms é il nuovo analog horror del giovanissimo regista statunitense Kane Parsons, appena ventunenne, uscito nei cinema italiani il 27 maggio 2026.
Il film si basa sull’omonima leggenda metropolitana degli spazi liminali, dei luoghi di transito svuotati dalla presenza umana che evocano un senso di sospensione, nostalgia e inquietante solitudine. Già nel 2022 Parsons aveva girato una webserie sullo stesso fenomeno (Backrooms webserie), questi spazi vengono rappresentati come enormi stanze vuote, infiniti labirinti di muri gialli con fredde luci neon che producono un costante ronzio di sottofondo, si tratta di posti che suscitano un senso di abbandono e alienazione, dove ci dovrebbe essere la vita ma c’é solo un angosciante vuoto. In questi posti, familiari e al contempo alieni, ci si può accedere per caso, tramite quello che nel folklore digitale viene definito noclip dalla realtà, ossia uno “scivolamento” dalla realtà fisica in una dimensione nascosta nel retro del nostro mondo che assomiglia all’onirico.
Questo mondo alternativo latente può essere visto come la rappresentazione della psiche umana, fatta di livelli, di parti del Sé che si sono frammentate e distorte, divenendo posti angoscianti in cui non ci ritroviamo più.
Il protagonista del film si chiama Clark (Chiwetel Ejiofor) un uomo schiacciato dal fallimento per la sua carriera da architetto mancato e il suo recente divorzio dalla moglie, che si trova a gestire uno sfortunato negozio di mobili. Clark vede regolarmente la terapeuta Mary (Renate Reinsve), una donna a sua volta schiacciata dal trauma infantile di una madre con problematiche psichiatriche che l’ha praticamente chiusa in casa.
É proprio nel suo negozio che Clark nota uno strano varco nella parete, e, attraversandolo, si ritrova in un enorme ufficio vuoto che comincia ad esplorare di volta in volta, scoprendo stanze sempre più caotiche e presenze misteriose, alcune quasi immobili, altre più dinamiche e feroci.
Insospettita dalla scomparsa di Clark, Mary inizia a cercarlo nel suo negozio scoprendo anche lei la soglia di accesso alle backrooms, lì troverà una versione diversa di Clark…da quel momento antichi ricordi traumatici si scontreranno, e verranno affrontati in maniera diversa dai due personaggi perché c’é chi si lascerà inghiottire dal dolore e chi invece, affannosamente, cercherà di uscirne.

Il film Backrooms risuona come possibile metafora psicologica di alcuni capisaldi dell’esperienza interiore, sembra parlare su più livelli dell’inconscio, del corpo, dell’intelligenza artificiale e delle dinamiche profonde che abitano la nostra identità.

Le Backrooms come metafora dell’inconscio

La prima lettura che emerge è quella delle Backrooms come rappresentazione dell’inconscio. Questi spazi infiniti, privi di coordinate spazio-temporali stabili, popolati da presenze inquietanti, ricordano il territorio psichico in cui vengono relegati desideri indicibili, paure, traumi e aspetti di noi stessi che non riusciamo o non vogliamo integrare alla coscienza. I “mostri” che abitano questi luoghi possono essere letti come figure fantasmatiche: parti di noi e degli altri che abbiamo interiorizzato a nostro modo che, soprattutto quando restano inconsapevoli, finiscono per ancorarci a loop e antiche ferite. Il pericolo non deriva dalla loro esistenza, ma dal fatto che non sempre riusciamo a riconoscerle come nostre, come lavorabili.

L’intelligenza artificiale e il perturbante freudiano

Le Backrooms evocano anche il mondo dell’intelligenza artificiale e delle sue capacità di generare “copie dell’umano e del mondo”. Corridoi, stanze, persone e oggetti appaiono familiari e al tempo stesso estranee, producendo qualcosa di simile a quella particolare sensazione che Freud definiva perturbante (Unheimlich), ossia l’incontro dentro o fuori di noi con elementi apparentemente noti e rassicuranti ma che, in realtà, risultano inquietanti. Come le immagini create dall’AI, le Backrooms sembrano imitare il reale senza riuscire a coincidere pienamente con esso. Ci troviamo davanti a un doppio del mondo che affascina e spaventa simultaneamente, perché mette in discussione i confini tra autentico e artificiale, tra umano e simulazione.

ll corpo “a fette”: l’eco delle risonanze magnetiche

Un’altra immagine che il film richiama è quella della risonanza magnetica. Le Backrooms possono essere viste come una sorta di gigantesca fotografia del corpo e del cervello osservati “a fette”, nei loro strati più profondi. Come nelle immagini diagnostiche, il soggetto viene scomposto in sezioni, frammenti, livelli che raramente osserviamo nella vita quotidiana. Il film sembra allora suggerire una domanda: cosa accade quando guardiamo troppo da vicino il funzionamento della mente e del corpo? Forse scopriamo che sotto l’apparente unità dell’identità esistono una molteplicità di stanze, percorsi e connessioni spesso difficili da capire.

La coazione a ripetere e l’apparente destino dei ruoli

Uno degli aspetti più interessanti è quella che appare come una possibile rappresentazione della coazione a ripetere. La protagonista, ad esempio, risulta intrappolata in una posizione che continua a riprodursi: quella di chi ascolta, accudisce e contiene gli altri. Anche quando sarebbe lei la persona ferita da comprendere e sostenere, finisce per occupare il ruolo di terapeuta fuori setting. Freud descriveva la coazione a ripetere come la tendenza a riproporre inconsciamente configurazioni relazionali già vissute, spesso dolorose. Nel film questa dinamica emerge con forza: i personaggi sembrano incapaci di uscire da percorsi già tracciati, come se le Backrooms fossero un possibile teatro infinito delle nostre ripetizioni psichiche.

Infine, Backrooms racconta forse la difficoltà di integrare completamente tutte le parti di noi stessi. Le molte stanze, i livelli, i doppi e le presenze che popolano il film sembrano rappresentare aspetti differenti dell’identità che a volte non riescono a conoscersi davvero e a convivere armonicamente. Il film mostra come l’individuazione, il farci noi stessi, sia un processo spesso parziale, incompleto e anche fisiologicamente attraversato da contraddizioni/ambivalenze.

In questa prospettiva, Backrooms non è soltanto un horror, sebbene faccia piacevolmente paura: è una riflessione sul rapporto tra coscienza e inconscio, tra reale e simulato, tra corpo e mente, tra identità e frammentazione. Un’opera che utilizza l’immaginario contemporaneo per interrogare questioni profondamente umane.


Immagini tratte dal film

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