Itaca: sulla morte e sulla vita

ITACA

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Poseidone incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio;
senza di lei, mai ti saresti messo sulla via.
Nulla di più ha da darti.

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

Kostantinos Kavafis “Itaca” (1911)


Immagine gentilmente concessa da Pixabay.

Comments

2 comments on “Itaca: sulla morte e sulla vita”
  1. Alessandra Marra ha detto:

    Nel nostro viaggio di ricerca personale e professionale, il viaggio è forse più importante dell’arrivo e, proprio per questo, non ha senso affrettarlo o scalpitare per arrivare: più che il risultato, conta infatti il processo. Tornare a casa consiste proprio in questo umile, continuo e paziente avvicinamento a una conoscenza di noi, a una consapevolezza dell’esistere che poco ha a che fare col funzionare e molto con l’essere. Tornare a casa è un intento passionale che ci guida, un ideale regolativo: in fondo casa è già qui, nella mente originaria, nella coscienza, nel viaggiare.
    Mi viene in mente una storiella raccontata da Larry Rosenberg nel testo “Respiro per respiro”: un monaco zen, formidabile nel tirare con l’arco, viene invitato a esibirsi di fronte a un pubblico di praticanti. Quando arriva sul luogo dell’evento, dove si sono radunati moltissimi spettatori, si crea un silenzio colmo di venerabile rispetto. Il monaco tende l’arco in modo maestoso e impeccabile e, guardando fisso il bersaglio, prende la mira. Quindi, improvvisamente, cambia la direzione dell’arco e scaglia la freccia verso il cielo. Si crea un brusio pieno di disappunto a fronte del quale il monaco scoppia in una fragorosa risata. La morale ha un po’ a che vedere con questa poesia: il bersaglio è l’arciere!

    1. Che bel commento, denso di significato e in risonanza con il cuore della poesia di Kavafis. L’immagine del viaggio come processo trasformativo, più importante della meta finale, è centrale sia in Itaca che nella storia zen che citi. L’arciere che devia la freccia e ride del bersaglio rappresenta a mio parere proprio quell’inversione di prospettiva: non è il centro del bersaglio a dare senso all’atto, ma la consapevolezza e la presenza dell’arciere stesso.

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