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Identità in conflitto, deindividuazione e militarizzazione: prospettive psicologiche della polizia ne IL LEGIONARIO 

di Jacopo Cammarata

PSICOLOGIA PSICOSOMATICA – 50 –

PUBBLICATO IL 29/05/2025

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Indossare una divisa e manifestare per una causa, separatamente, aprono già di per sé a numerosi risvolti psicologici, ma cosa accade quando il legame che unisce questi due mondi è un conflitto di identità incarnato da un poliziotto nero appartenente alla Celere? 

Se il nostro mondo si divide spesso in “noi” e “loro”, in una dicotomia che esclude qualsiasi via di mezzo e ragiona per assoluti, cosa fare quando si è sia noi che loro, allo stesso tempo? Quando la nostra identità rischia di lacerarsi tra più appartenenze sociali contrapposte? 

Il legionario, film del 2021 diretto da Hleb Papou, affronta in maniera brillante e innovativa queste tematiche. Regista esordiente, nella sua opera prima pone come protagonista Daniel, poliziotto di colore dei Reparti mobili di Roma. Successivamente, si scoprirà che sarà proprio lo stesso Daniel a dover sgomberare un palazzo occupato abusivamente in cui vivono anche la madre e il fratello.  

Dopo quasi dieci anni esatti dall’uscita al cinema di Diaz – Non pulire questo sangue (regia di Daniele Vicari, 2012) e ACAB – All Cops Are Bastards (Stefano Sollima, 2012, di cui Netflix ha appena distribuito il riadattamento a serie) i Reparti mobili della Polizia italiana tornano protagonisti sullo schermo. Un filo conduttore che unisce queste tre pellicole (anche se Diaz se ne discosta leggermente, focalizzandosi sugli avvenimenti del G8 di Genova e i fatti conseguenti) sono le relazioni che si instaurano tra pari, e quindi i legami di fratellanza tra poliziotti. Questi tre film, e Il Legionario in particolare, possono inoltre costituire il pretesto per addentrarsi nelle tematiche riguardanti le forze di polizia, approfondendo fenomeni e aspetti sia sociali sia psicologici della tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico. Infatti, partendo da teorie e concetti di riferimento della psicologia sociale, è possibile osservare e analizzare come atteggiamenti e comportamenti mutino a seconda del gruppo o del contesto in cui si interagisce. La percezione che ognuno ha di sé stesso cambia non solo a seconda del gruppo sociale in cui si trova, ma anche in base al trovarsi da soli o in un gruppo sociale in prima istanza. 

I concetti di identità, identificazione e sono alcune delle tematiche psicologiche che permettono di comprendere cosa avvenga tra i protagonisti di questo film. In questo caso particolare, però, il regista si spinge oltre, aumentando la tensione narrativa all’estremo con un conflitto di identità multiplo, incarnato in Daniel.  

Ne Il legionario, infatti, corre per l’intera lunghezza della pellicola un dualismo di fondo, che si presentifica sia nel protagonista sia nelle vicende e nei personaggi con cui si interfaccia. In particolare, per quanto riguarda Daniel, un punto fondamentale è il suo doversi dividere tra due appartenenze contrastanti, relazionandosi con un Sé scisso1 . L’identità di Daniel – la sua anima, potremmo dire – è costretta a lacerarsi, nella scelta (impossibile?) tra la Celere, il lavoro e l’appartenenza ai pari, da un lato, e la famiglia, le origini, la sua cultura, dall’altro. Il lavoro, da una parte, richiede una identificazione totale, unitaria, in un aut aut che non lascia ulteriori spazi. “La Celere è una famiglia” afferma il comandante di Daniel; ma cosa fare, quindi, se di famiglia se ne ha già un’altra? 

Se Daniel presenta un’anima scissa e una identità in conflitto, il primo concetto utile per spiegare la sua soggettività e personalità è allora quello che viene definito “”. Esso coinvolge molteplici aspetti di una persona, come l’identità, l’autoconsapevolezza, l’autostima e l’immagine che si ha di sé stessi. Concetto centrale nella cultura psicologica, studiato e ampliato da svariati autori (Freud, 1923; Erikson, 1950; Rogers, 1961), nell’analizzare il caso di Daniel risulta particolarmente rilevante quello che viene definito il modello tripartito del Sé (Brewer & Gardner, 1996) secondo cui ogni persona, accanto a un Sé individuale, che si struttura attorno a quegli aspetti che la differenziano dagli altri individui, possiede un Sé relazionale, che si riferisce agli aspetti che si costruiscono nelle relazioni significative e che definiscono anche il ruolo delle persone nelle relazioni stesse, e un Sé collettivo, in riferimento all’appartenenza a gruppi sociali più ampi. 

In secondo luogo, con il concetto di identità si intende l’insieme dei processi attraverso i quali le persone raggiungono consapevolezza di chi siano, formando un “senso di Sé” coerente e costante. L’identità è un concetto complesso, che racchiude al suo interno quella che in psicologia sociale viene definita identità personale, ovvero descrizioni che le persone danno di sé stesse sulla base di caratteristiche individuali che rinviano alla propria unicità. Oltre all’identità personale, ogni individuo possiede anche una identità sociale, ovvero quella parte dell’immagine che una persona ha di sé stessa, derivante dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale, unito al valore e al significato emozionale attribuito a tale appartenenza (Tajfel, 1981). Mentre il Sé individuale confluisce nell’identità personale, il Sé relazionale e collettivo rappresentano due dimensioni dell’identità sociale degli individui. 

Nel nostro caso, l’identità personale di Ciobar (questo il soprannome attribuito nella polizia a Daniel) si gioca sulla percezione che egli ha di sé stesso, attraverso valori, caratteristiche e tratti. Mentre questi aspetti rimangono solo ipotizzabili per lo spettatore, l’identità sociale di Daniel è maggiormente individuabile, dal momento che deriva dall’appartenenza sia al gruppo familiare, sia al gruppo dei colleghi della Celere. Daniel è figlio, fratello, compagno e padre, ma soprattutto, per i risvolti del film, poliziotto. Le appartenenze a questi gruppi sociali, come la famiglia di una certa origine (e quindi il colore della pelle o l’appartenenza a una minoranza), o la Polizia di Stato, implicano sia ruoli e compiti, sia emozioni e atteggiamenti, nel nostro caso specifico, contrastanti. 

Infatti, ancor più rilevante, è un ulteriore risvolto dei concetti introdotti da Henri Tajfel, ovvero il “valore e il significato emozionale” attribuito alle proprie appartenenze sociali: io “sono” questo e mi sento così, perché appartengo a questo gruppo.

Se gli individui fanno derivare una parte della propria identità dalle appartenenze gruppali, come conseguenza, per mantenere una immagine positiva di sé e un buon senso di autostima, tenderanno anche a favorire il proprio gruppo di appartenenza, in vari modi: come, per esempio, difendendone l’operato pubblicamente, o rivalutando in positivo azioni negative nella propria mente, partecipando ad azioni o eventi in supporto di, e così via. Infatti, secondo la teoria dell’identità sociale (Tajfel & Turner, 1979), anche in presenza di condizioni minime (per esempio, in un esperimento, l’assegnazione totalmente casuale di alcuni partecipanti a un gruppo piuttosto che a un altro) si mettono in atto comportamenti o modalità di pensiero che valorizzino e mostrino sotto una luce positiva il proprio gruppo (ingroup), rispetto al gruppo “nemico” o esterno (outgroup).

In sintesi, secondo tale teoria il bisogno di vedere sé stessi sotto una luce positiva, tramite la propria identità sociale, porta al bisogno di valorizzare il proprio ingroup. Studiando le teorie introdotte negli anni ’80 (Tajfel & Turner, 1979; Tajfel, 1981), Prati e Rubini (2015) sottolineano ulteriormente come i processi alla base della formulazione dei giudizi su di sé (oltre che sugli altri) tendano a essere ancorati sulle categorizzazioni sociali dicotomiche introdotte (la distinzione noi/ingroup e loro/outgroup), che generano grande differenziazione e portano a norme comportamentali per favorire il gruppo di appartenenza a scapito del gruppo di confronto. Per il protagonista de Il legionario però, il problema sorge nel momento in cui la sua identità sociale – le sue appartenenze gruppali – è costretta a lottare tra interessi contrapposti. Non potendo essere solamente un celerino, né solamente rifarsi alle origini e allo status della sua famiglia, Daniel è costretto a una lotta intestina nella propria psiche e nelle proprie viscere. 

Tuttavia, secondo la psicologia sociale (e non solo), esistono delle “vie di fuga” o, più propriamente, degli ulteriori sviluppi delle teorie introdotte.  

In primo luogo, è possibile affermare come l’identità, soprattutto quella sociale, seppur tendente alla stabilità, risulti fluida (Huddy, 2001). Essa, infatti, può cambiare a seconda del contesto sociale. Così come, ancora, in aiuto di Daniel, numerosi studi in psicologia dello sviluppo (Averhart & Bigler, 1997; Bigler & Liben, 1992; Bigler & Liben 1993) affermano come sia possibile attribuire simultaneamente più categorie di appartenenza a una stessa persona. Questa capacità si acquisisce crescendo, con l’apprendimento, ed è infatti una valutazione più complessa stimolata dall’ambiente sociale, che richiede uno sforzo cognitivo maggiore. Quindi, il passo successivo diviene essere consapevoli di quella che viene definita categorizzazione sociale multipla (Prati e Rubini, 2015): nelle società multiculturali moderne risulta particolarmente evidente che le persone possano appartenere simultaneamente a numerosi gruppi sociali, e quindi la categorizzazione multipla può funzionare da buffer contro l’insorgere delle attribuzioni negative nei confronti dell’outgroup. Considerare più appartenenze sociali delle persone in modo simultaneo, appunto, stimola una valutazione complessa degli altri e di sé, riducendo le differenziazioni intergruppi, l’uso di stereotipi e di pregiudizi, così come di attribuzioni negative nei confronti dell’altro, ma anche di sé stessi. Se la formazione delle impressioni sugli altri, così come di sé, è un processo guidato dalla categorizzazione sociale, è possibile affermare come sia la sola categorizzazione dicotomica (in-group vs out-group) a essere alla base delle differenziazioni intergruppi e dello sviluppo di pregiudizi verso gli altri. Al contrario, la categorizzazione multipla funziona da buffer contro l’insorgere di tali conseguenze negative, e può quindi favorire la riduzione degli stereotipi e dei pregiudizi intergruppi. 

Inoltre, la frammentazione dell’anima del protagonista e il logorio a cui questa costante ambivalenza porta sono rappresentati in modo brillante ed efficace nel film, attraverso dettagli e particolari sia espliciti sia meno evidenti. Per esempio, il riferimento più interessante, nonché tratto distintivo che permette di individuare Daniel tra i suoi colleghi, è uno smile posto sul suo casco, una faccina sorridente che stride violentemente con i contesti in cui i celerini operano. Il richiamo alla “dualità dell’essere umano, l’ambiguità dell’uomo” di Full Metal Jacket (Kubrik, 1987) è qui potente, anche se forse involontario. In modo più sottile, appaiono poi ulteriori richiami al conflitto che Ciobar vive, per esempio, osservando la maglietta che il protagonista indossa, con una scritta “Fuck the police”, o mentre gioca come criminale a Payday 2 (videogioco sparatutto in prima persona in cui il giocatore compie rapine), mentre spara alla polizia. Assumendo un punto di vista psicodinamico, si potrebbe qui ipotizzare che in queste scene emerga l’inconscio di Daniel, nel suo modo di comunicare con l’esterno il conflitto che vive il suo Io frammentato. 

I dettagli che permettono di distinguere Daniel dai suoi colleghi, come lo smile sul casco della tenuta antisommossa, offrono allo spettatore un possibile insight riguardo all’uniformità e all’anonimato di chi indossa una divisa. Questa tematica viene approfondita dalla psicologia sotto il tema della deindividuazione, ovvero cosa permetta a un individuo di perdere i propri tratti distintivi e confondersi in una folla. Dopo aver definito il concetto di identità, e come questo si diversifichi negli aspetti sociali e gruppali, risulta utile comprendere quando e come questi aspetti vengano meno, ovvero, come il singolo possa perdere le proprie inibizioni, incrementando fenomeni di conformismo al gruppo, comportamenti impulsivi, riduzione del senso di responsabilità e di autoconsapevolezza. Queste tematiche risultano centrali quando si pone l’attenzione su proteste o rivolte, ma non deve essere sottovalutato l’aspetto imprescindibile che giocano anche nelle forze di polizia. Infatti, il senso di appartenenza, ma soprattutto l’identificazione assoluta, collettiva e gruppale delle forze dell’ordine è data da tratti distintivi come le divise e l’equipaggiamento indossati. Quando i reparti antisommossa vestono caschi, manganelli e scudi, tali sentimenti di identificazione diventano massimi e potenti.   

Il primo, fondamentale, contributo rispetto ai meccanismi della deindividuazione risale a quanto descritto in Psicologia delle folle da Gustave Le Bon (1895). Secondo l’autore, il solo ingresso di una persona in una folla implica cambiamenti del comportamento, del pensiero o dei sentimenti, al di là di quale tipo di folla si tratti e di quali individui la compongano. In una folla, prosegue Le Bon, si crea “una sorta di anima collettiva” (1895, p. 42) con vita propria, che agisce, pensa o sente in maniera diversa dal pensare, agire o sentire dei singoli individui presi isolatamente (Bononi, 2022). 

I concetti introdotti da Le Bon sono ripresi più avanti da Festinger, Pepitone e Newcomb (1952), che contribuiscono a coniare il termine “processo di deindividuazione” e a portarlo all’interno del linguaggio della psicologia sociale (Bononi, 2022). Festinger e colleghi (1952) definiscono quindi la deindividuazione, come uno stato in cui i membri del gruppo non prestano attenzione agli altri membri, e l’individuo non è “visto” come individuo: questa mancanza di giudizio fa sentire il singolo non “esaminato”, “scrutinato”, e porta a una perdita dei vincoli morali interiorizzati. Successivamente, è Philip Zimbardo (1969) a sviluppare ulteriormente il concetto e portarlo a una teoria integrale e generale, collegando la deindividuazione al concetto di anonimato. Secondo Zimbardo (1969), il modificarsi della percezione di sé o degli altri della deindividuazione, che porta a mettere in atto comportamenti di solito contenuti come il violare norme sociali, derivano da “condizioni sociali antecedenti”. Queste condizioni sono identificate in studi successivi come variabili interne o esterne al soggetto, e corrispondono, per esempio, all’anonimato o al senso di responsabilità condivisa o diffusa (Greco, 2019). L’aspetto centrale è costituito dal fatto che vi siano condizioni che potremmo definire ambientali, oltre che sociali, da cui il comportamento individuale viene modellato e influenzato. A seconda che ci si trovi in un gruppo sociale, o ancor di più in una folla, che presenti determinate caratteristiche, si avranno gli effetti studiati e introdotti da Le Bon (1895), Festinger e colleghi (1952), o Zimbardo (1969). Tuttavia, qui il punto di svolta: così come una folla di rivoltosi può diventare deindividualizzata, a maggior ragione lo possono essere le forze di polizia, con divise e attrezzature favorenti anonimato e uniformità (Greco, 2019). 

Infatti, l’indossare un’uniforme costituisce il primo “segnale” di deindividuazione, che si accentua con equipaggiamenti sempre più coprenti nel caso delle unità antisommossa. Secondo quanto riporta Greco (2019) approfondendo l’argomento, le uniformi raggiungono un duplice risultato: da un lato, nascondono l’identità dell’individuo, dall’altro, aumentano il senso di legittimità. Come diretta conseguenza, oltre all’aumento dell’anonimato, questo può portare a una maggiore percezione della possibilità dell’uso della forza.

Le uniformi rappresentano un capo di vestiario che simboleggia l’appartenenza a un gruppo specifico, e aumentano così sia l’anonimato del singolo sia la coesione del gruppo stesso (Joseph & Alex, 1972). Uniformi e divise possono essere infatti descritte come un “concetto sociologico”, pregno di elementi de-individualizzanti, come il rappresentare un emblema, il mostrare o nascondere lo status di chi le indossa, o in generale costituire un elemento unificante per il gruppo. Dal momento che tutti i membri di quel determinato gruppo sociale si vestono allo stesso modo, la loro appartenenza (e identificazione percepita) è immediata. Quello che accade, quindi, è anche che sia immediata la dis-identificazione con qualsiasi altra appartenenza sociale al di fuori di quella ricoperta in quel momento (Joseph & Alex, 1972). In sintesi, è possibile affermare come le uniformi rappresentino un potente segnale di deindividuazione, non solo perché nascondono le identità, ma anche perché incarnano i valori del gruppo che, nel caso della polizia, includono la legittimità nell’uso della violenza (Greco, 2019). 

Emerge, quindi, come sia presente un rischio molto alto di deindividuazione nelle forze dell’ordine, e nei reparti antisommossa in particolare, come conseguenza del vestire un abbigliamento e un equipaggiamento specifici, uniformanti e coprenti. Tuttavia, possiamo spingere l’indagine sociologica e psicologica riguardo a questi aspetti identitari verso un passo ulteriore. Infatti, negli ultimi anni si è accentuata una tendenza a vedere reparti ed equipaggiamenti delle forze dell’ordine sempre più militarizzati, che intensificano questi fenomeni (Blaskovits et al., 2021; Kraska, 1996; Salter, 2014; Waddington, 1999).  Anche se Il legionario non si concentra esplicitamente su questi aspetti, è importante sottolineare come questo cambiamento emerga chiaramente nelle forze di polizia dei paesi occidentali, nella gestione di proteste e rivolte, e, di conseguenza, nei prodotti cinematografici e del piccolo schermo riguardanti queste tematiche. 

Secondo Peter Kraska (2007), la “militarizzazione” è l’implementazione dell’ideologia militare, ovvero tutto ciò che comprende il processo di armamento, organizzazione, pianificazione, addestramento, minaccia e, a volte, attuazione di conflitti violenti. Significa, quindi, adottare e applicare gli elementi centrali del modello militare a un’organizzazione o a una situazione particolare.

È possibile, sempre secondo l’autore, definire allora la militarizzazione della polizia semplicemente come il processo mediante il quale essa attinge sempre di più e si modella attorno ai principi del militarismo e del modello militare. In questo contesto, a partire dai primi anni ’70, si è assistito a un progressivo cambiamento rispetto a uniformi, armi, addestramento, strategie operative e tattiche e persino nel linguaggio, con un orientamento sempre più verso modelli militari (Kraska, 1996; Kraska, 2007). Questo produce un duplice effetto diretto negli agenti di polizia, soprattutto dei reparti antisommossa, intorno ai quali la militarizzazione si concentra (Waddington, 1999): da un lato, come si è detto, equipaggiamenti, attrezzature e uniformi sono più coprenti, rendendo quindi più anonimi. Dall’altro, questo aumenta la legittimità percepita nell’uso della forza, per le implicite caratteristiche offensive derivanti. Ne consegue che non solo le forze dell’ordine possono essere soggette a un alto rischio di deindividuazione (Greco, 2019), ma anche che agenti di polizia più militarizzati appaiono come più minacciosi. Questo porta a sua volta a due casistiche: se da un lato la maggior minacciosità può disinnescare sul nascere potenziali situazioni pericolose o motivi di scontro, dell’altro lato incrina e riduce la fiducia tra cittadini e forze dell’ordine (Blaskovits et al., 2021). Infatti, come hanno affermato Rizer e Mooney (2002), quando le persone assumono determinati ruoli, adottano anche i comportamenti e percezioni a essi associati. Il rischio, se la polizia inizia a operare come l’esercito, è che possa pensare come l’esercito, adottando una mentalità che porta a considerare i cittadini con cui interagisce come probabili aggressori, oppure come “danni collaterali”. L’obiettivo può facilmente passare dal disinnescare situazioni di scontro e conflitto al sopraffare il “nemico”, o “vincere” lo scontro. 

I moderni stati nazione si basano su una chiara demarcazione in merito a sicurezza, legge, uso della forza e apparati in grado di implementare questi aspetti. Una suddivisione presa per garantita già da più di un secolo (Giddens, 1985) permette di distinguere tra ordine interno e sicurezza tramite l’applicazione della legge, in capo alla polizia; e sicurezza esterna, addestramento e utilizzo di materiale bellico, in capo all’esercito.

Il motivo per cui questo punto è di rilevante importanza è perché una incapacità di un qualsiasi stato di marcare chiaramente questo confine è spesso vista come indicatore di repressione e assenza di democrazia. 

In conclusione, emerge chiaramente la complessità dei fenomeni psicologici e sociali che si possono giocare in una realtà come quella delle forze di polizia. A partire dal film preso in esame, potendosi poi allargare ad altri prodotti cinematografici e televisivi, sono state approfondite alcune delle tematiche più salienti sotto molti punti di vista. A partire dall’identità, sia attraverso il concetto di sé che dei processi di identificazione o deindividuazione, passando al ruolo del gruppo, delle uniformi, dei nuovi cambiamenti sociali e di organizzazione, si è sottolineato come un agente di polizia, o di un reparto antisommossa, viva e affronti più o meno consapevolmente diversi fenomeni riconducibili alla psicologia sociale e alla sociologia.  

Per quanto riguarda Il Legionario, la narrazione delle vicende di un celerino di colore all’interno dei reparti della Polizia di Stato di per sé basterebbe a costituire una solida trama per una pellicola drammatica, ma il lungometraggio di Hleb Papou non si ferma qui, decidendo di rilanciare la posta attraverso conflitti di identità e intrecci di storie di vita. Particolarmente interessante per una lettura psicologica dei temi trattati, dalle appartenenze sociali che formano la nostra identità, passando per il concetto di Sé e le teorie annesse, Il Legionario affronta anche tematiche come il multiculturalismo di molte realtà italiane, esplorato in questo caso attraverso una storia di emergenza abitativa, altra importante questione sociale. Nella trama, i personaggi che incontriamo appartengono a due mondi in contrapposizione: lo spirito di appartenenza che si fa religione dei reparti mobili della polizia, da un lato, e gli occupanti abusivi di un palazzo della capitale, dall’altro, tra cui la madre e il fratello del protagonista. Se Daniel/Ciobar riuscirà a riconciliare le sue identità, e a evitare una scissione profonda e definitiva del proprio Sé, sta allo spettatore scoprirlo, con il finale del film, in cui il conflitto intrapsichico – ed esterno – raggiunge il culmine, per lasciare spazio alla riflessione sul dilemma che viene vissuto. Oltre allo sguardo di natura psicologica, dal punto di vista sociale, l’azione e i ritmi del film lo rendono un ottimo prodotto cinematografico, non a caso premiato come miglior esordio alla regia del 74esimo Festival del cinema di Locarno. 

Il Legionario ha infine un’ultima, grande, peculiarità: supera la consueta dicotomia noi/loro, senza negarla, non si schiera con una delle parti in causa, ma si interessa al conflitto in sé, mostrando in modo magistrale i dilemmi, o le psicopatologie, della vita quotidiana.

NOTE

  1. Il riferimento è a una visione del Sé secondo i modelli psicodinamici. In particolare, cfr. Freud, 1936; Freud, 1938; Kohut, 1971. ↩︎

BIBLIOGRAFIA

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SITOGRAFIA

https://www.wired.it/article/il-legionario-film-recensione/#:~:text=C’%C3%A8%20una%20grande%20idea,sua%20madre%20e%20suo%20fratello

https://movieplayer.it/articoli/il-legionario-recensione_26475

https://www.sentieriselvaggi.it/il-legionario-di-hleb-papou/

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/05/12/news/il-cardinale-elemosiniere-krajewski-riattacca-la-luce-in-un-palazzo-occupato-a-roma-1.33701419

https://www.rollingstone.it/cinema-tv/interviste-cinema-tv/il-legionario-per-raccontare-la-realta-devi-entrarci-dentro/590303


Alla data attuale (29/05/2025), il film è visibile gratuitamente su Rai play.  

I diritti delle immagini del film sono della casa di produzione Clemart, MACT Productions, Rai Cinema.  

Altre immagini sono gentilmente acquisite da Pixabay.com


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