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INTERNET-SOGGETTIVITÀ | Riflessioni sull’intersoggettività e la nuova clinica in relazione al mutamento dei sistemi di organizzazione sociale

Abstract polygonal man and woman sitting on a chair. The concept of communication and technology.

di Andrea Zoccarato

PSICOLOGIA PSICOSOMATICA – 48 – PUBBLICATO IL 6 NOVEMBRE 2024

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Le relazioni umane si intrecciano con realtà sempre più “virtuali”, in un’ibridazione uomo-macchina che modifica profondamente la nostra esperienza di noi stessi e del mondo. Questo articolo esplora l’evoluzione del concetto di intersoggettività in psicoterapia, mettendo in luce le sfide che il mondo digitale pone alla clinica contemporanea. Dall’influenza dei device sullo sviluppo infantile alla nascita di nuove forme di intimità online, l’articolo invita a ripensare i modelli teorici e gli strumenti terapeutici per affrontare il mal-essere nell’era digitale.

Ripensare l’intersoggettività

Fin dalle sue origini la psicoanalisi anticipa ciò che verrà approfondito dai movimenti relazionali, poiché in essa rintracciamo una componente dell’intersoggettività attraverso il concetto della comunicazione tra inconsci. In Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, Freud affermava che gli analisti “devono rivolgere il proprio inconscio come un organo ricettivo verso l’inconscio trasmettitore del paziente” (Freud, 1912). Le nozioni di transfert e contro-transfert possono essere a loro volta concettualizzate come elementi ascrivibili al campo dell’intersoggettività? 

La psicoanalisi relazionale, la teoria dell’attaccamento e la gruppoanalisi sono alcuni modelli clinici che hanno messo la relazione al centro delle costruzioni teoriche e del processo terapeutico, intendendola come uno spazio condiviso tra il soggetto e il suo mondo, interno ed esterno. Il filosofo Merleau-Ponty (1962) fu tra i primi a definire il campo relazionale come intersoggettività. I concetti chiave della sua teoria intersoggettiva sono la reciprocità, la corporalità e la percezione. Il concetto di reciprocità esprime la costante esistenza di una relazione (reale o immaginaria) con l’altro; il concetto di corporalità invece racchiude la consapevolezza che ogni esperienza umana risiede nel corpo; infine, Merleau-Ponty parla della percezione, come funzione umana mediata dai sensi e dall’interpretazione soggettiva dei comportamenti altrui. La storia del tema dell’intersoggettività in psicoanalisi potrebbe però essere fatta partire dalla sua rifondazione sotto la denominazione di “interpersonale” da parte di Harry Stack Sullivan (1947). Parallelamente Melanie Klein teorizzava il concetto di identificazione proiettiva1 nel 1946 nel suo articolo Note su alcuni meccanismi schizoidi. È soltanto dopo l’introduzione di questo costrutto e la rivisitazione del concetto di controtransfert2 da parte di Paula Heimann nel 1950 che anche il mainstream psicoanalitico cominciò a muoversi in questa direzione. Da ostacolo da eliminare, il controtransfert diventa uno strumento fondamentale per la comprensione del paziente e per il processo analitico stesso. La sua rivisitazione ha influenzato profondamente la tecnica psicoanalitica, stimolando lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici centrati sulla relazione tra paziente e analista.

Le articolazioni dell’intersoggettività hanno da allora assunto diversi accenti, a seconda della prospettiva in cui essa è declinata: dal focus sulla diade analitica, alla priorità dell’attaccamento caregiver-bambino nell’ambito della teoria di Bowlby (1988), al processo di comunicazione del gruppo, tramite cui la gruppoanalisi inquadra la relazione seguendo la teoria della rete3 (Foulkes, 1967). L’Infant Research ha prodotto una mole impressionante di dati sulla matrice intersoggettiva (Stern, 2004), definendo l’intersoggettività quale “esperienza reciproca guidata da comunicazioni consce e inconsce con il bisogno di risonanza emotiva” (Ginot, 2015). È stata riconosciuta un’intersoggettività primaria (Trevarthen, 1979), sostenuta da una spinta motivazionale a interagire, osservabile nella sincronizzazione dei movimenti, nella stretta coordinazione reciproca tra il “gesto spontaneo” del figlio e la percezione della madre delle espressioni facciali, e nell’anticipazione delle intenzioni reciproche. Viene così concepita una co-costruzione del mondo rappresentazionale che passa anzitutto tra i corpi: una prima e fondamentale esperienza soggettiva di “essere con un altro”. Mitchell ha lavorato molto intorno al “coinvolgimento intersoggettivo di analista e paziente” come “il vero fulcro e il vero veicolo del cambiamento caratteriale profondo che la psicoanalisi facilita” (Mitchell, 2000). Quanto conosciamo delle nuove dinamiche relazionali e dell’alterazione avvenuta all’interno di questo coinvolgimento dall’avvento di internet, ma soprattutto dell’impatto delle rapide evoluzioni tecnologiche e dell’uso massivo dei device sulla formazione del carattere stesso a partire dalle modificazioni che stanno subendo queste precoci interazioni? Come stanno evolvendo dunque le riflessioni sull’intersoggettività nella sua costruzione teorica e anche all’interno del setting terapeutico?

Con la diffusione e l’evoluzione del web e di dinamiche sociali “liquide”4 (Bauman, 2000), lo psicoterapeuta è chiamato ad analizzare i nuovi parametri instabili delle interazioni diadiche e ad attraversare col paziente nuove configurazioni relazionali, spesso mediate dagli strumenti digitali e dalle loro forme peculiari. In quest’ottica, occorre pensare a un cambio di prospettiva circa il concetto di “rete” che la gruppoanalisi ha mutuato dalla neurobiologia5. Se fino ad oggi, tale metafora rappresenta la struttura di fondo entro e dalla quale prendono vita i processi dinamici di comunicazione fra individui, da oggi sarebbe auspicabile ripensare il costrutto anche in termini di spazio liminale, un ponte tra un mondo sempre meno corporeo e il suo alter ego virtuale. La questione rende indispensabile che il terapeuta impari a muoversi tra i pieni e i vuoti delle interconnessioni che questa nuova condizione determina sia in sé che nel paziente.

Sviluppo digitalmente modificato

La novità consiste nel fatto che l’habitat primario non può essere pensato come un mondo esclusivamente diadico: l’interazione caregiver-bambino viene ampliata, subisce un’interferenza e una trasformazione dalla presenza assidua dei device. È in questo più ampio scenario, in cui oggi essi sono una presenza costante, che il bambino co-partecipa, e non è più allo stesso modo co-protagonista, in una diade “digitalmente modificata”, divenuta a tutti gli effetti triade. Ciò influenza enormemente lo sviluppo dell’intersoggettività del bambino il quale imparerà a interagire all’interno dei suoi gruppi attraverso relazioni “digitalmente modificate”. Alcuni studi stanno iniziando a mostrare che quando i bambini subiscono ripetute interruzioni nelle interazioni con un caregiver dovute all’uso del device, possono iniziare a manifestare risposte emotive non dissimili da quelle dei bambini con madri depresse (Field, 1994; Field et al., 2007). Secondo le ricerche finora effettuate (Myruski et al., 2017; Stockdale et al., 2020), l’introduzione del device amplifica la persistenza di interferenze relazionali fra bambino e caregiver

La distorsione delle dinamiche intersoggettive prosegue assumendo caratteristiche in rapida evoluzione non appena il bambino passa al ruolo di fruitore, o meglio, passa dal ruolo di user a quello di prosumer (producer + consumer), partecipando attivamente allo sviluppo del contenuto virtuale. La posizione di prosumer opera direttamente nel plasmare la forma esteriore della propria identità, che si sviluppa in un ambiente di vita virtu-reale6 (Russo, 2022). Statistiche in continuo aggiornamento mostrano che questo passaggio oggi avviene in età sempre più precoci. Benasayag (2004) definisce la costruzione di un “esoscheletro” identitario, predominante nelle nuove generazioni, a discapito di un “endoscheletro” che abbia a che fare con la realtà corporea dell’individuo.

Nell’era digitale le relazioni sono condizionate da un processo di gratificazione continua, mediato dagli algoritmi presenti sul web (Scognamiglio, 2021), che sollecitano il sistema della ricompensa in modo continuativo e disregolato, e facilitato da una sempre maggiore gamification (Schell, 2010), sostituendosi così alla possibilità di una gratificazione relazionale. Quest’ultima però continua a essere ricercata attivamente dai soggetti i quali mostrano anche nel virtureale il senso di weness (Trevarthen, 1979), ovvero “dall’essere per e con l’altro”. Questo processo di gratificazione/disregolazione inibisce, inoltre, l’attivazione del seeking (Panksepp & Biven, 2012), un sistema emotivo fondamentale che guida alla ricerca attiva di ricompense e spinge a esplorare l’ambiente circostante alla ricerca di nuove opportunità. Come psicoterapeuti, non è dunque più possibile fare appello al “Soggetto del Desiderio”7 (Lacan, 1956-57), e trascurare il suo declino all’interno del mondo digitale, sempre più viziato dalla gamification (Schell, 2010) e da processi semplificati di tipo stimolo/risposta. È difficile formulare il passaggio dai processi digitali, che hanno modalità e tool delimitati, alla precarietà relazionale che si vive nell’impatto con l’altro nella sua totalità e complessità. Gli algoritmi delle piattaforme registrano le interazioni e tutto ciò che sta accadendo nel virtuale perdendo molto di ciò che è reale, dell’esperienza immensamente più ampia e complessa dei corpi. Ciò emerge con forza dal confronto con i pazienti dove osserviamo il venir meno del senso di sicurezza e un aumento dell’incertezza nella percezione di cosa sta provando chi comunica dall’altra parte dello schermo. Un altro di cui non si conosce e non si può percepire lo stato emotivo e comportamentale. Citiamo come esempio le chat di incontri, che spesso non servono a incontrare l’altro reale, ma a offrire un’escalation di possibilità di gratificazione narcisistica nel catturare prede virtuali. L’altro, come Oggetto-Sé virtuale (Kohut, 1971), è quello che ti dice “Mi piaci” (like), accompagnato con l’icona del pollice in su, ma che, a gratificazione avvenuta, non è poi così importante da incontrare, e di cui in fondo non si conosce nulla se non l’esoscheletro-identità digitale (Scognamiglio, Russo e Fumagalli, 2024). 

 

In questo scenario ibrido “uomo-macchina”, esistono nuovi punti di riferimento e nuove certezze all’interno delle relazioni mediate da strumenti digitali? Le relazioni “digitalmente modificate” (Scognamiglio e Russo, 2018) sembrano poggiare, paradossalmente, su alcune apparenti certezze predisposte dalle funzionalità delle app, al prezzo di nuove radicali incertezze sui temi che hanno da sempre preoccupato i nostri studi, quali la diffusione dell’identità, il riconoscimento reciproco e la regolazione degli stati interni nella diade. Sé e immagine online sono due costrutti correlati, ma che non combaciano; ciò vuol dire che in rete non si moltiplica l’Io, ma le presentazioni di Sé adattate al contesto. Nel libro “Narcisismo del You – Come orientarsi nella clinica digitalmente modificata” (Scognamiglio, Russo e Fumagalli, 2024) viene sottolineata l’influenza plasmante e non reciproca che il sociale digitale ha su tutte le articolazioni della struttura umana: relazionale, affettiva, cognitiva e corporea. Il Narcisismo del You non riguarda più, dunque, la grandiosità dell’Io e nemmeno la sua vulnerabilità, bensì l’assorbimento più o meno totale dell’Io nell’onnipotenza del web. Non si può concepire infatti il livello della relazione tra un utente e il web come una relazione dialogica tra soggetti: l’organizzazione computazionale del linguaggio digitale non è equivoca e non necessita di patti condivisi per intendersi, le impostazioni sono determinate e un significante corrisponde univocamente a un significato. 

Un altro fenomeno da tenere in considerazione, in chiave intersoggettiva, è la direzione univoca dell’algoritmo verso l’utente, che fornisce a quest’ultimo un’illusione di relazionalità e persino di affettività altamente personalizzata: “Questa offerta è pensata solo per te!”. Il codice digitale produce una realtà propria, dove i segni sono apparentemente certi, distanziandosi dal codice relazionale umano, nel quale c’è un margine di ipotesi, dubbio, creatività, scambio. Alcuni meccanismi delle app antepongono certezze pre-fabbricate alla curiosità, bloccando la scoperta e lo sviluppo soggettivo. Ad esempio, nel contesto digitale la diffusione delle idee non permette, spesso, una vera dialettica, ma fenomeni di massa come le challenge su TikTok, dove improvvisamente milioni di utenti possono essere chiamati a dichiarare il proprio orientamento sessuale. Di colpo tutta l’angoscia adolescenziale è orientata verso l’incertezza della propria identità sessuale e la risposta affrettata, come nelle ideologie, precede la possibilità di porsi adeguatamente la domanda. “Ci troviamo di fronte alla dislocazione dell’identità, un modo per intrappolare disciplinarmente l’angoscia, che altrimenti non avrebbe forma e resterebbe attiva” (Benasayag, 2024).  

L’evoluzione iper-accelerata della tecnologia ci ha spinto fino a un ribaltamento del rapporto fra soggetto e oggetto. Il web non rappresenta solo uno strumento nelle mani dell’uomo per misurare la realtà, ma una realtà parallela che plasma e manipola la vita “al di fuori” degli schermi. L’avatar ne è l’esempio più paradigmatico, dal profilo dei social alle identità virtuali, attraverso cui viviamo nelle reality platform (Freund, 2023; Scognamiglio, 2023). Ormai, viviamo su misura del web che “formatta” la realtà su base algoritmica (Benasayag & Meyran, 2019). La fine dell’antropocene si gioca in questo profondo ribaltamento: un ente sovradimensionale come il web rende il soggetto umano un oggetto nelle dinamiche algoritmiche. Questo soggetto umano continua a credere nel suo antico controllo onnipotente sulle cose, mentre, nella posizione dell’avatar, è di fatto un oggetto dentro una serie. L’iperrealtà8 è una dimensione talmente esibita e oscena da risultare invisibile perché vi siamo tutti inevitabilmente immersi, al punto da non coglierne più il confine. L’iperrealtà è, dunque, “più reale del reale” (Baudrillard, 1981) e le ricadute cliniche e sociali di questo sono il dilemma a cui, ormai, la psicoterapia non può più sottrarsi. La dimensione virtureale che ne deriva decide dell’assetto motivazionale, delle modalità di affetto, di scambio sociale e di intimità, fino alla plasmazione dei bisogni del corpo, non solo nelle nuove generazioni.

La terapia si trova presa in questo dilemma: facilitare sempre più una performance che trasforma i giovani in macchine vincenti e consolidare la deriva delle precoci forme di identificazione? Oppure valorizzare le risorse di una spiccata sensibilità emozionale, nonché una creatività e intelligenza inferenziale, che i nuovi giovani pazienti, nel mondo di oggi, non sanno dove collocare? Non si tratta di scardinare od opporsi alle pseudo-certezze che saturano i discorsi dei pazienti della nuova clinica, ma invitare al dialogo e al confronto, per tentare di rimettere il soggetto al centro del proprio discorso (Scognamiglio, Russo e Fumagalli, 2024), aprire il campo del possibile, all’interno di un sistema intersoggettivo “digitalmente modificato”. La seduta può ancora promuovere un campo meta-riflessivo e la terapia può costruire un incontro tra esseri umani che provano a dialettizzare perfino la pressione del digitale, sospendendo e articolando per qualche attimo la potenza del processo. La clinica digitalmente modificata (Scognamiglio & Russo, 2018; Scognamiglio, 2021) la possiamo intendere come una clinica dell’avatar, che indaga le ricadute psichiche sia nel reale di una soggettività che si costruisce, fin dall’età evolutiva, sia nel regime di trascendenza del virtuale.

Terapie digitalmente modificate

Il nostro compito di psicologi clinici e psicoterapeuti è di provare a interrogare alcuni nodi paradigmatici della nuova clinica: è ancora possibile limitarsi a una visione del rapporto con il virtuale, come dimensione propria dello psichismo che permette di adattarsi alla realtà esterna e all’azione (Scognamiglio, Russo & Fumagalli, 2024)? È ancora possibile, quindi, pensare il digitale come parte del registro immaginario che compie una mediazione fra la dimensione reale e concreta e quella più propriamente psichica-soggettiva (Missonier, 2003, 2014; Tisseron, Missonier & Stora, 2006)? È ancora possibile intendere la costruzione dei nostri avatar come un laboratorio di rappresentazione dei nostri Sé multipli (Bromberg, 2011) e, in adolescenza, uno spazio in cui continuare a svolgere il lavoro dei compiti evolutivi (Maggiolini & Charmet, 2004)? Tutto questo ha precise ricadute psichiche che deformano i tradizionali quadri del malessere, le interpretazioni cliniche che possiamo formulare e, di conseguenza, i possibili piani d’azione terapeutici. Sono dunque “obsoleti” concetti come l’Edipo, la fase di latenza e il processo di separazione-individuazione, nonché le categorie di sessualità/intimità?

Un interessante contributo è offerto in tal senso da Weinberg (2014): nel cyberspazio si svilupperebbe un altro tipo di intimità, l’E-ntimacy©. Essa si basa sulla fantasia e sull’idealizzazione, su una profonda relazione tra due (o più) “non-corpi”. Nel nostro tempo, il bisogno di essere continuamente in contatto, sempre connessi, non sembra essere di per sé problematico o patologico. Allo stesso modo, una persona che tramite internet sperimenta Sé multipli (Turkle, 1995), esplorando dunque strati profondi del Sé, aldilà di quelli legati all’esame di realtà, potrebbe sviluppare relazioni digitali significative diversificate, seppure regolate da differenti norme rispetto a quelle dell’incontro tra corpi. Rimane un interrogativo (fra i molti): questo senso di intimità e prossimità ha a che fare, per esempio, con il sistema motivazionale dell’affiliazione descritto dalla teoria dei sistemi motivazionali (Lichtenberg, Lachmann & Fosshage, 2011) in cui la persona esprime il proprio bisogno di stare in gruppo e condividere esperienze e obiettivi comuni? Tale sistema si costruisce gradualmente secondo un delicato, ma profondo, processo di intersoggettività umana, nel corpo a corpo, attraverso cui l’individuo impara a distinguere le relazioni sicure, e dunque promuoventi l’intimità, da quelle insicure e pericolose. Nell’esperienza del web si compie un paradosso: ci sentiamo partecipi, anche se siamo di fatto esclusi (Konior, 2020), ossia entriamo in sinergia e vicinanza immediata, ma senza incontri, con diverse tempistiche e differenti “danze relazionali”. I pazienti e l’esperienza ci insegnano che esiste un gradiente qualitativo ancora poco teoricamente esplorato nella E-ntimacy© di cui parla Weinberg.  Dov’è finita la tridimensionalità? Senza dubbio, a questa domanda hanno già – almeno in parte – risposto i geni dell’ingegneria del web, che hanno dato vita al meta-verso e a tutti i suoi correlati, nel tentativo di riprodurre una qualità della relazione che, a livello del cervello, possa in qualche modo sovrapporsi al mondo corporeo.

Oggi, quindi, l’intersoggettività si intreccia (e confonde) inesorabilmente con l’interattività digitale, in cui lo spazio psichico personale è plasmato da vettori algoritmici predeterminati, che impongono a loro volta nuove logiche di mercato. Anche il terapeuta, inevitabilmente, viene fantasticato come una perfetta macchina programmata per una totale effectiveness algoritmica. Diversamente, confrontandosi di continuo col rischio di un drop-out difensivo, la terapia dovrebbe mettere tragicamente in discussione questa certezza, tentando di far affiorare nel paziente la componente “umana”, sua e del terapeuta, occultata dalla prepotenza dei vettori digitali. A questo scopo il sintomo, oggi per lo più ansioso9, nella sua scomodità per il paziente può essere ancora considerato come il resistere di un barlume di presenza umana (e la psicoanalisi nacque proprio grazie a questo): ovvero, qualcosa che rompa il flusso “input / output” testimoniando tacitamente di una soggettività patente anche, e in forma particolare, all’interno della metamorfosi digitale, che ne mimetizza i connotati di sofferenza. In un articolo del 2021 su “Psicoterapia e Scienze Umane” Migone cita se stesso (1999), interessato più alla questione della teoria che della tecnica sull’opportunità o meno nell’utilizzo dei setting online. In quell’occasione ci ricorda che da più parti viene sottolineato come internet possa diventare un “setting” che, in modo specifico, evoca in molti soggetti emozioni intense o stati regressivi, addirittura maggiori di quelle evocate da situazioni “normali”, cioè senza internet (Migone 2005c; Scharff, 2012). La sua tesi, in quell’articolo rivisitato, stringeva fortemente sulla necessità di porsi la questione dell’analisi del transfert, richiamando al concetto di dare massima importanza ai criteri “intrinseci” (Gill, 1984), che possiamo utilizzare per elaborare le dinamiche della relazione analista-paziente, in qualunque habitat questi possano verificarsi. È difficile pensare di poter parlare oggi di situazioni “normali”, o di un uso strumentale di internet. Al paradigma di “inconscio digitale” introdotto da Scognamiglio nel 2021, va affiancata dunque qualche riflessione su come (e dove) potrebbe avvenire l’analisi di un transfert precariamente installato sulle basi di questa intersoggettività alterata dal digitale?

 

Tutto ciò riscrive la clinica dell’oggi e ci espone a interrogativi inediti sulla strutturazione dell’identità nel rapporto Io-Altro mediato dal digitale e, di conseguenza, sulle sue ricadute nell’analisi di un transfert esso stesso digitalmente modificato, e forse anche digitalmente depotenziato

Essere consapevoli della potenza di queste sovrastrutture virtuali, ormai onnipresenti e subdolamente incisive nelle dinamiche intersoggettive, impone un ripensamento dei presupposti relazionali dell’individuo contemporaneo e dunque della prassi clinica con i pazienti. Prioritaria è la costruzione di un’alleanza terapeutica a partire dalla sintonizzazione affettiva tra emisferi destri (Schore, 2022) e tra corpi (Scognamiglio e Russo, 2018). L’interazione terapeuta-paziente pone la sfida paradossale di “farsi terzo” nella nuova simbiosi tecnologica. La “nuova clinica” necessita di ri-umanizzare la relazione, comprendendo le attuali coordinate del processo di cura, anche e soprattutto quando mediato anch’esso dalla macchina (come nel caso delle terapie online, ma non solo), per impegnarci a co-costruire e a trasmettere nuovi modelli operativi sani, anch’essi adattati ai numerosi cambiamenti (e condizionamenti) di cui tutti siamo parte. 

Bibliografia

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Note:

  1.  Klein descrive l’identificazione proiettiva come un meccanismo di difesa primitivo, tipico della posizione schizoparanoide, in cui il bambino proietta parti di sé, in particolare quelle percepite come cattive o pericolose, all’interno dell’oggetto materno (il seno o la madre). Attraverso questa proiezione, il bambino cerca di controllare e possedere l’oggetto, ma allo stesso tempo rischia di perdere parti di sé e di sentirsi frammentato e persecutorio. L’identificazione proiettiva, secondo Klein, gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della personalità e nella formazione delle relazioni oggettuali. Essa può essere alla base di diverse problematiche psicologiche, come l’angoscia paranoide, le difficoltà relazionali e i disturbi di personalità. ↩︎
  2. Heimann afferma che il controtransfert non è semplicemente una reazione dell’analista dovuta a suoi conflitti irrisolti, ma una risposta significativa al transfert del paziente. L’analista, con la sua sensibilità e attenzione fluttuante, coglie gli affetti inconsci del paziente e li “risuona” dentro di sé, vivendoli a livello emotivo. Il controtransfert, una volta analizzato, può essere utilizzato come base per formulare interpretazioni al paziente. Le emozioni provate dall’analista possono fornire indicazioni preziose sui vissuti del paziente. ↩︎
  3.  La teoria della rete di Foulkes concepisce il gruppo come un intreccio dinamico di relazioni interpersonali consce e inconsce. Ogni individuo è un nodo in questa rete, influenzato e a sua volta influenzante gli altri membri. La “matrice gruppale” rappresenta l’insieme delle comunicazioni e dei significati condivisi che emergono dalle interazioni, costituendo un campo mentale comune. ↩︎
  4.  Le dinamiche sociali liquide per Bauman sono caratterizzate da precarietà, incertezza e mancanza di punti di riferimento stabili, in cui legami, identità e istituzioni si trasformano rapidamente e continuamente. ↩︎
  5. Il concetto di “rete” in gruppoanalisi, come formulato da Foulkes, presenta interessanti parallelismi con i modelli di funzionamento del cervello proposti dalla neurobiologia, pur essendo nato in un contesto diverso e con finalità differenti. È possibile che Foulkes sia stato influenzato, anche indirettamente, dalle prime teorie sulle reti neurali, che iniziavano a emergere negli anni ‘40 e ‘50.  Interconnessione, comunicazione, influenza reciproca e plasticità, sono alcuni punti di contatto tra le queste teorie della “rete”. ↩︎
  6.  Simone Matteo Russo conia il neologismo “virtu-reale”, riferendosi a un mondo in cui viene a perdersi una netta separazione tra ciò che è virtuale e ciò che appartiene alla realtà. In questa estrema permeabilità, le esperienze vissute nel cosiddetto mondo virtuale hanno spesso un enorme impatto sulla vita reale, modificando le coordinate dei processi di crescita, ad esempio, dei bambini delle nuove generazioni. ↩︎
  7. Nella psicoanalisi lacaniana, il “Soggetto del Desiderio” non è un’entità unitaria e stabile, ma un soggetto diviso, segnato dalla mancanza a essere, costantemente alla ricerca di un oggetto che possa colmare tale mancanza, oggetto che però è sempre irraggiungibile. Il Desiderio, quindi, non si placa con la soddisfazione del bisogno, ma si alimenta della sua stessa insoddisfazione, in un processo infinito di ricerca e di perdita. ↩︎
  8.  L’iperrealtà, secondo Jean Baudrillard, è una condizione in cui la realtà è sostituita da simulacri, ovvero da segni che non hanno più alcun rapporto con il reale. Questi simulacri, prodotti in massa dai media e dalla cultura di consumo, creano un mondo artificiale e autoreferenziale che diventa più reale del reale stesso, in cui la distinzione tra vero e falso si dissolve. ↩︎
  9.  Dati ISTAT del 2017 indicano che i disturbi ansioso-depressivi sono tra i più frequenti nella popolazione italiana, con una prevalenza che aumenta con l’età. Lo studio epidemiologico ESEMeD condotto in Italia nel 2000 ha rilevato una prevalenza dei disturbi d’ansia del 10,4% nella popolazione generale, con una maggiore frequenza nelle donne (12,4-13,1%) rispetto agli uomini (6,9-7,5%). Un più recente studio di “Psichiatria Oggi” del 2021 ha analizzato i dati di 2.766 partecipanti italiani e ha rilevato che il 32% dei soggetti presentava elevati sintomi depressivi e il 19% elevati sintomi ansiosi. Lo studio ha anche evidenziato un aumento dei sintomi di stress post-traumatico e di disturbo ossessivo-compulsivo. ↩︎

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