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Mostra Corpus Domini | Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima.

A Palazzo Reale (Milano) si è appena conclusa l’interessante mostra Corpus Domini. Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima, protagonista della quale è stato il corpo umano. Nello specifico varie forme, declinazioni e significati che il corpo umano ha assunto nella storia dell’espressività artistica, fino alla Body Art.

All’interno dell’esposizione era possibile trovare più di cento opere, molteplici raffigurazioni del corpo che gli artisti hanno messo a fuoco nel tempo, “tra materia e spirito, presenza e assenza”. Il corpo, dunque, eternizzato attraverso fotografie, sculture, dipinti e video; capace così di farsi narrativa e alla stesso tempo narratore di esperienze e situazioni sociali, politiche e personali che, in modalità differenziate, riguardano tutti noi.

All’interno della manifestazione spiccava, innanzitutto, il video introduttivo presente nella prima sala, denominata Sala Lea Vergine, in cui proprio la famosa critica d’arte e saggista ci presentava il concetto e la storia della Body Art, e illustrava quanto fosse implicato il corpo nella sua realtà all’interno di alcune opere. L’esplorazione della mostra continuava attraverso il futurismo, in cui il corpo diventava linguaggio; per poi giungere all’idea di Yves Klein di usare il corpo delle modelle come pennello, cospargendole di vernice, per pitturare “umanamente e biologicamente” la tela, fino ad arrivare all’uso del proprio corpo, da parte degli artisti, come opera stessa. La Body Art ad esempio dà largo spazio a tematiche molto personali che si esprimono prevalentemente grazie al corpo, anche attraverso l’offesa dello stesso, come ad esempio nell’esperienza artistica delle immense Gina Pane e Marina Abramovich.

Emergevano tra le opere, talvolta anche con violenza, una serie di aspetti legati alla sofferenza, all’incomprensione e alla necessità degli artisti di comunicare il proprio mondo che, non trovando sempre posto tra le parole, fa del corpo un veicolo diretto e intenso.

Sempre la critica e saggista Lea Vergine, nel suo discorso, suggeriva come l’uso del corpo nell’opera d’arte abbia spesso una disposizione patologica al suo interno, allo stesso modo in cui c’è talvolta una disposizione alla sofferenza psichica in chi si occupa d’arte su varie livelli. Ricordiamo qui le sue parole “l’arte e la malattia sono assolutamente annodate, non c’è artista vero che non abbia commerci con la malattia”.

Vedendo la mostra si coglie la possibile compresenza di salute e sofferenza nel corpo e nella mente dell’essere umano, come condizione frequente. Anzi, ciò che rimane una volta lasciato Palazzo Reale è una sensazione di universale appartenenza, con gradi diversi, a questo continuum, e un’accresciuta possibilità di comprensione della complessità individuale che sosta sia nella salute, sia, in forme diverse, nella sofferenza.

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