SOMATIC COMPETENCE® YOGA Dalle radici dello yoga allo yoga per l’ipermodernità

PSICOLOGIA PSICOSOMATICA – 35 – PUBBLICATO IL 24 NOVEMBRE 2018  (ARTICOLO IN PDF

di Alessia Baretta e Mark Morbe (Istituto di Psicosomatica Integrata)

Nell’accelerazione prodotta dall’ipermodernità si perde la possibilità di soffermarsi sulle esperienze: i corpi rimangono iperattivati, eccitati dal flusso degli eventi e si fatica a tradurre ciò che accade in un senso di continuità di sé. In altre parole, l’ipermodernità predispone al trauma.

La ricerca di strumenti per modificare gli stati corporei, in un tentativo spesso disperato di riappropriarsene, è un’urgenza collettiva (Jeter et al., 2015). Lo yoga ha una tradizione millenaria ma la sua rapida e capillare diffusione dell’ultimo decennio può essere letta proprio come una testimonianza di un bisogno in primis del corpo. La maggior parte delle forme di yoga mira, infatti, a modificare gli stati di attivazione del corpo, da un lato portando il praticante a sentirlo nella performance fisica, raggiungendo obiettivi come l’allungamento o il potenziamento muscolare, dall’altro invitando a una pratica di abbandono rilassante.

Somatic Competence® Yoga (SCY) nasce invece dall’idea che il corpo possa essere “ascoltato” prima che “sentito”, indipendentemente che si trovi in una contrazione o in una distensione, con l’obiettivo di produrre un apprendimento utile a mantenere un senso di continuità di sé con ciò che accade. Per Somatic Competence® (SC) s’intende, infatti, la padronanza di quello specifico stato della mente che osserva gli stati del corpo per far fronte agli input stressogeni (Scognamiglio et al., 2018). La SC è un costrutto di derivazione clinica e il suo esercizio un obiettivo terapeutico nel lavoro con pazienti traumatizzati e non.

Questo articolo si pone l’obiettivo di presentare SCY e le ragioni per cui è stato sviluppato mettendo in luce gli specifici elementi innovativi.


Somatic Competence®: un’introduzione al costrutto

Il corpo fornisce in forma implicita un insieme di informazioni essenziali per la sopravvivenza ed è geneticamente programmato per orientare l’organismo nella direzione in cui questa può essere garantita. Queste informazioni possono riguardare condizioni interne, come per esempio specifici stimoli gastrici che segnalano la necessità di nutrirsi, oppure l’interazione con l’ambiente esterno, come quelle tensioni muscolari e viscerali che, avvisando della presenza di un pericolo, invitano a cambiare direzione. Questo vale per tutti gli animali, compreso l’uomo, anche nella complessità delle interazioni sociali che lo contraddistinguono. La principale difficoltà per l’essere umano, essendo condizionato dalla cultura che regola la reattività a tali segnali, è di trovarsi in un’impasse dettata da un corpo attivato e allo stesso tempo normato. Ad esempio, quando si viene interrogati a scuola può attivarsi un sistema d’allarme fuori contesto che predispone alla fuga, a discapito della predisposizione al ragionamento fine, come se ci fosse un reale pericolo di vita, ma senza la possibilità di scappare. Il problema dell’uomo è che “deve sostenere l’interrogazione”, o meglio, generalizzando, deve confrontarsi con un corpo che ha una reattività animale, ma in un contesto che prevede regole di comportamento sociale.

Tuttavia, l’insieme di segnali interni prodotti dal corpo è estremamente informativo rispetto al modo in cui si sta vivendo la situazione. Come quando in una conversazione si verifica un cambio del ritmo respiratorio, che normalmente non si analizza, ma che potrebbe segnalarci invece un fattore di stress, una preoccupazione, piuttosto che una sensazione di sollievo, e così via.

La percezione degli stimoli nel nostro corpo avviene tramite l’interocezione e la propriocezione. La prima è la capacità di percepire cosa succede all’interno, tra cui gli stimoli viscerali, il respiro, la digestione e il dolore. La seconda è la capacità di percepire e riconoscere i pattern posturali e motori, statici e in movimento senza il supporto della vista, in altre parole la capacità di sentire la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli. A tale proposito il neuroscienziato Panksepp (2012) teorizza l’esistenza di un Sé nucleare, ossia un “centro di gravità per le rappresentazioni viscerali-affettive interne e per quelle sensomotorie esterne dell’organismo” in grado di generare un senso di coscienza di sé.

La Focalizzazione Somatica, appartenente al più ampio costrutto di SC, è quel processo che permette di far emergere a livello della coscienza le informazioni implicite del Sé nucleare, informando in che relazione il soggetto si colloca rispetto a ciò che gli accade. La Focalizzazione Somatica diventa SC quando il soggetto è in grado di padroneggiarla intraprendendo azioni per far fronte agli input stressogeni (Scognamiglio et al., 2018). La SC mira a restituire a chi la allena un senso di “esserci”, di continuità e di proprietà di ciò che accade dentro di sé (Scognamiglio, 2016). Nello specifico, contribuisce ad estendere la coscienza del Sé nucleare, condiviso con il mondo animale, con un senso di più ampia coerenza autobiografica, ovvero la capacità di inserire quanto accade nel presente in una storia, in altre parole di coniugare il passato con il futuro (Damasio, 1999; Scognamiglio, 2016).

Questo costrutto si sviluppa a partire da oltre vent’anni di ricerca teorico-clinica dell’Istituto di Psicosomatica Integrata per rispondere ai rapidi cambiamenti sociali segnati dalla difficoltà diffusa di sostenere proprio tale coerenza autobiografica.

Dopo questa densa ma doverosa introduzione alla SC, nei prossimi paragrafi esploreremo il contesto sociale in cui si è sviluppato il costrutto e proporremo la sua declinazione nello yoga come campo di sperimentazione e affinamento.

 

Uno Yoga per l’ipermodernità

Il contesto sociale globalizzato nel quale siamo immersi è caratterizzato dallo sfrangiamento del tessuto sociale, dalla digitalizzazione massiva e dalla scomparsa dei sistemi ideologici (Lipovetsky, 2004). In altre parole assistiamo inermi ad un progressivo svuotamento delle coordinate simboliche e valoriali che hanno da sempre permesso all’uomo di avere presa sulla realtà. Ci si riferisce a questo cambiamento complesso e di non semplice definizione con il termine ipermodernità. In questo articolo, di nostro interesse è l’effetto di tutto ciò sul senso di continuità di sé in relazione al proprio corpo, un corpo che questo crollo del sistema simbolico ha disregolato.

Un ulteriore fattore di complessità è legato ai sistemi digitali, progettati per mantenere l’utente connesso e in uno stato di continua attività. Ecco come un singolo elemento della vita quotidiana come l’introduzione ubiquitaria degli smartphone è in grado di alterare equilibri quali il ritmo sonno-veglia, la capacità di tollerare l’attesa, la prossemica relazionale, la percezione dello stimolo della fame (Fossum et al., 2014, Toda et al., 2016, Rotondi et al., 2017).

Scognamiglio e Russo (2018) leggono questi sintomi dell’ipermodernità, quindi di corpi disregolati impegnati in un eterno presente, come segnali di una difficoltà d’adattamento a un contesto sociale che spinge compulsivamente ad accelerare e ad agire in una modalità reattiva. In ambito clinico, è comune trovare vere e proprie sintomatologie psico-somatiche che producono fenomeni aberranti dei quali sfugge completamente il senso a chi li subisce, ne è un perfetto esempio l’attacco di panico, mettendo così a repentaglio la continuità autobiografica.

Un corpo può essere disregolato, per esempio, da un jet lag, ma chi viaggia conosce benissimo gli effetti di lunghe tratte in aereo e di come, in fondo, siano temporanei. I più esperti viaggiatori possiedono anche dei propri rimedi per farvi fronte. Un attacco di panico, al contrario, è dovuto ad una disregolazione nel corpo, ma coglie totalmente impreparato chi la esperisce, provocando una perdita del senso di continuità di sé. Ciò che manca è la Somatic Competence, il libretto di istruzioni su ciò che dice il corpo in relazione a noi stessi e al mondo, da inserire nel flusso della narrativa personale.

L’ipermodernità ripropone continuamente questa perdita del senso di continuità di sé che viene definito oramai a livello internazionale con il termine “trauma”. Infatti per trauma non si intende unicamente l’esito di eventi drammatici, ma l’intersecarsi di condizioni avverse o relazioni disfunzionali che comportano una profonda disregolazione somato-psichica, con l’incapacità o impossibilità di ripristinare l’attribuzione di un senso dell’esperienza (Van der Kolk, 2014).

Il trauma riguarda quindi in primis il corpo. Sono i pazienti stessi a insegnare come, per lavorare sul trauma, non sia sufficiente la talking cure, ma sia necessario tenere in considerazione gli stati somatici (Scognamiglio, 2008, 2016, Ogden, 2015, Levine, 2012). La parola entra in gioco solo successivamente, con il potere di reinserire quanto accade nel corpo all’interno di una logica di senso.

Esemplare è lo studio che dimostra come a seguito del crollo delle Torri Gemelle la popolazione di New York non si sia rivolta a terapie psicologiche, ma abbia cercato discipline corporee: agopuntura, massaggi e altre (Van der Kolk, 2014). Fra tutte, lo yoga è quella che ha avuto nell’ultimo decennio la più rapida diffusione. Nel 2016, solo negli Stati Uniti l’11.3% della popolazione praticava yoga, valore quasi raddoppiato se confrontato con il 6.5% di soli quattro anni prima (Yoga in America Study, 2016).

Lo yoga è tradizionalmente terapeutico in quanto disciplina di integrazione mente-corpo. I modelli di yoga esistenti sono molteplici, la pratica è da sempre in continua trasformazione e trova oggi applicazione anche nelle terapie per il trauma. È stato infatti dimostrato che con pazienti affetti da sindrome da stress post-traumatico (PTSD), oltre ad effetti benefici sulla salute (Cabral et al., 2011, Khalsa, 2004, Woodyard, 2011), lo yoga restituisce una connessione, un senso di proprietà e controllo del proprio corpo (Van der Kolk, 2014; Rhodes, 2015). Tuttavia, a nostro parere manca un approccio allo yoga specifico per l’uomo ipermoderno, che contempli non solo l’ascolto e la regolazione degli stati somatici, ma anche un progressivo apprendimento di strumenti per poter far fronte alle crisi. Per questa ragione il modello di SC pone l’attenzione sul soggetto traumatizzato piuttosto che focalizzarsi sul trauma stesso. L’obiettivo finale, come descritto sopra, è acquisire una rappresentazione di ciò che accade all’interno del corpo per poter intervenire costruttivamente, modificando gli stati fuori controllo. A partire da questa riflessione nasce Somatic Competence® Yoga.

Patanjali e la Somatic Competence®

Per quanto tradizionalmente la pratica dello yoga non possa essere estrapolata da un intento di elevazione spirituale, SCY si sviluppa in un contesto clinico che guarda alle difficoltà dell’uomo ipermoderno. Queste, prima ancora di essere esistenziali, sono di natura primaria: la gestione degli stati di iperattivazione del sistema simpatico, o iperarousal, come le crisi d’ansia, e di iperattivazione del sistema parasimpatico, o ipoarousal, come gli stati depressivi. Tuttavia, la tradizione fornisce spunti di riflessione interessanti che riguardano proprio il “come” poter stare dentro il corpo.

Negli Yoga Sutra di Patanjali, risalenti al V secolo d.C., troviamo la prima definizione di asana1 in cui il saggio descrive in soli tre aforismi il significato della posizione yoga. Nel primo dei tre, Sthira Sukham Asanam2, vengono descritte le due qualità che caratterizzano l’esecuzione di un’asana ossia sthira, la stabilità e l’attenzione, e sukha, la capacità di trovare agio nella postura.

Ecco il messaggio fortemente attuale per l’uomo ipermoderno: esiste la possibilità di allenare lo stare in modo stabile e confortevole nel proprio corpo!

Anche se le istruzioni del sutra sono molto sintetiche, maestri vissuti successivamente hanno individuato l’attitudine utile al raggiungimento di queste qualità nell’attenzione della mente alle tensioni, alle rigidità del corpo, alla presenza di dolore e al ritmo del respiro (Desikachar, 1995, Stephens, 2014). Quindi, per ciascuna asana, dalla più semplice alla più complessa, ciò che conta non è la riuscita “da manuale” della posizione, bensì il processo interocettivo e propriocettivo del sentire intenzionalmente il corpo che la esegue. Quindici secoli dopo, ritroviamo in questa interpretazione una stretta similitudine con il concetto di Focalizzazione Somatica.

Spingendoci oltre nell’analisi del messaggio di Pantanjali, deduciamo che adattare la posizione verso il comfort e la stabilità è un’azione che segue necessariamente l’ascolto del corpo. Questo processo a due tempi sembra proprio descrivere l’essenza della SC.

Quante volte sentiamo dire che la pratica yoga aiuta a “ritrovare un equilibrio interiore”? Al di fuori dello slogan, che rapidamente si svuota di senso, per noi partire “dall’interno” e quindi dal corpo disregolato è un progetto terapeutico: la ricerca di stabilità e comfort nella pratica allenando la SC è in grado di creare memorie alternative alla condizione traumatica ed è il primo passo per poter vivere queste esperienze anche al di fuori del tappetino.

Somatic Competence® Yoga: sul tappetino e oltre il tappetino

La visione di uno yoga che si svolge unicamente all’interno della lezione è limitata: i benefici prodotti in termini di regolazione degli stati psicosomatici non sono sufficienti per contrastare gli effetti dell’ipermodernità. Rapidamente si ripristina la disregolazione. Le memorie alternative al trauma, infatti, non si concretizzano unicamente attraverso l’apprendimento implicito del corpo, ma necessitano di una progressiva costruzione di sapere, di un libretto di istruzioni per sostenere il senso di continuità di sé. Questo è l’obiettivo di SCY, raggiunto attraverso un approccio didattico clinicamente fondato che si confronta con un mondo in continua trasformazione.

Qui di seguito descriveremo quali sono gli elementi cardine di SCY.

  1. Focalizzazione somatica

Di nostro interesse è la possibilità di rimanere in contatto con quanto accade dentro di noi, non solo nei momenti che riusciamo a ritagliarci ad hoc, ma anche nel rapido flusso della vita ipermoderna. Questo necessita di un grande training. La pratica yoga rappresenta la palestra per allenare l’ascolto cosciente dei processi di interocezione e propriocezione.

SCY introduce gradualmente, in forme via via più complesse, l’ascolto di parametri interni (respiro, tensione muscolare, ecc) e di pattern posturali e motori per disciplinare la mente a mantenersi attiva nel recepire i segnali del corpo.

Come esempio prendiamo il caso di Giulia, che a 40 anni partecipa alla sua prima sessione di SCY come occasione per ritagliarsi uno spazio per sé dopo il lavoro. Al momento dell’iscrizione racconta di non aver mai avuto un buon rapporto con il proprio corpo e a fine pratica si sorprende nel constatare di stare meglio. Proseguendo nel training, guidata a portare l’attenzione su quanto accade nel proprio corpo, si accorge con ulteriore sorpresa che il suo “modo normale di respirare” è in realtà una respirazione affannosa. Continuando il percorso Giulia nota che a fine lezione non solo sta bene, ma respira in modo diverso rispetto a quando arriva sul tappetino. Giulia si dimostra essere un’allieva attenta, in quanto coglie rapidamente la possibilità offertale dal corso di iniziare a mappare e prendere coscienza del proprio corpo.

  1. Sperimentare variazioni degli stati di attivazione

Come discusso nella seconda parte dell’articolo, l’ipermodernità segna l’appiattimento del tempo in un presente spesso attanagliante che comporta l’impellente necessità di trovare vie di fuga. Lo yoga stesso può servire come fattore regolatore per cui l’allievo sente il bisogno di tornare a lezione in particolar modo in periodi di crisi. Il rischio in assenza di focalizzazione somatica è che lo yoga, come ogni altro regolatore, si trasformi in compulsione, in una pratica di consumo che non produce esperienza.

Ciò che si sottovaluta, spesso per mancanza di esperienza, è la possibilità di modificare gli stati di attivazione del corpo. Proprio in quest’ottica, SCY introduce stati controllati di ipo e iperarousal portando il praticante a sperimentare cambiamenti nel proprio corpo. Tornando al caso descritto, grazie alla sperimentazione di varie tecniche di respirazione Giulia scopre che si può respirare in molti modi diversi, e non solo con il suo “respiro normale”. Al termine di una delle lezioni, l’insegnante chiede un feedback agli allievi e Giulia si accorge che alcune respirazioni la “agitano” e altre la “rilassano”. Ecco per esempio un tipo di apprendimento che la compulsione al contrario non offre, essendo orientata unicamente al consumo di ciò che placa lo stato di attivazione.

In questo modello il ruolo specifico dell’insegnante è di segnalare e mettere in luce questi cambiamenti, dei quali il praticante potrebbe non accorgersi, perdendo l’occasione di costruire un sapere di sé nel proprio corpo. Ogni praticante ha la possibilità di scoprire che specifiche tecniche sono in grado di generare un cambio del tutto personale. Quello che Giulia sta sperimentando su se stessa non è unicamente un passaggio cognitivo, ma un graduale apprendimento di come mantenere un senso di continuità di sé durante le oscillazioni tra iper e ipoarousal nel proprio corpo.

 

  1. Potenziare le risorse

Legato al punto precedente vi è un piano di attenzione più fine che in SCY riteniamo fondamentale e concerne il concetto di “risorsa”. Per risorsa intendiamo la capacità di valorizzare e produrre le condizioni per ottenere dei cambi nel corpo. La lezione di yoga ha caratteristiche che la possono inscrivere nella categoria di “condizione favorevole” in quanto in grado di rappresentare una zona di comfort; indipendentemente dallo stile, in tutte le lezioni di yoga possiamo trovare infatti un lavoro profondo sul corpo, la possibilità di usarlo in forme nuove e inaspettate, un setting accogliente e la condivisione dell’esperienza nel gruppo.

In quest’ottica la lezione di yoga mette le basi affinché si crei la risorsa, ma questa si realizza solo nel momento in cui il praticante apprende che è in grado di cambiare lo stato del proprio corpo. Tale considerazione non è scontata. La clinica ci insegna che le risorse si potenziano quando il soggetto è in grado di pensarsi non solo nello sforzo della sopravvivenza quotidiana, ma all’interno di un continuo mutamento. Tutto ciò non può essere un processo unicamente cognitivo, ma l’esito di nuove memorie somatiche che si sedimentano grazie all’esperienza condivisa.

“Io ho sempre pensato di respirare in modo normale. Oggi mi sono accorta che il mio respiro veloce riflette uno stato d’ansia”, condivide Giulia in un successivo scambio con l’insegnante. Nuovamente, il ruolo dell’insegnante si spinge oltre l’insegnamento della mera tecnica, accogliendo anche questo tipo di intuizioni. Giulia adesso porta con sé l’esperienza che il respiro si può cambiare e che questo ha un effetto sul modo in cui lei si sente dentro il proprio corpo, può decidere di energizzarsi o placare gli stati di iperarousal. Ecco la vera risorsa che anticipa la tecnica: la consapevolezza di poter fare la differenza nel rapporto con il proprio corpo.

  1. Impiegare il sapere oltre il tappetino

L’obiettivo finale di ogni training di SC consiste nel potenziare le proprie risorse, attraverso un processo graduale di riappropriazione del proprio corpo e di costruzione di un sapere che produca cambiamenti in grado di ripristinare la continuità di sé. Di nostro interesse è che il praticante acquisisca la consapevolezza di poter generare intenzionalmente cambiamenti nei propri stati di attivazione. In quest’ottica, SCY mira specificamente all’impiego di tale sapere anche al di fuori del tappetino, mettendo in pratica quanto appreso nel flusso della quotidianità.

Dopo aver approfondito le tecniche di respirazione a lezione, Giulia racconta di averne utilizzate alcune per gestire momenti di particolare difficoltà, per esempio per abbassare uno stato di stress molto intenso. A questo punto, possiamo dire che nel processo di training di SC Giulia ha potuto riappropriarsi del suo respiro. Certamente questo non è sufficiente per dire che abbia bonificato il rapporto con il suo corpo, ma proprio grazie a questa interazione ha potuto trovare dentro di sé un’importante e inaspettata risorsa da utilizzare nel momento del bisogno.

 

Conclusioni

In questo articolo abbiamo presentato per la prima volta i princìpi base di SCY, offrendo un semplice esempio di come il training possa svolgersi. Quello descritto nel caso di Giulia è un processo di apprendimento, per mezzo di SCY, di come divenire agenti di cambiamento nel proprio corpo. SCY si propone come un approccio terapeutico allo yoga che mira a stimolare nel praticante un’attitudine esplorativa nella direzione di una appropriazione del proprio corpo. L’esperienza clinica insegna, infatti, che la rappresentazione di quanto accade dentro il corpo nel dinamismo quotidiano contribuisce a mantenere il senso di continuità di sé. In altre parole, praticare SCY promuove la creazione di memorie somatiche alternative al trauma, allenando il corpo a sperimentare schemi organizzati come le posizioni yoga o le tecniche di respirazione.

SCY non è tanto uno “stile” di yoga, quanto un “approccio” che può rappresentare per gli insegnanti un riferimento per ripensare la propria pratica adeguandola alle esigenze della vita ipermoderna, e per i praticanti un’esperienza che non solo restituisce un senso di benessere generale, ma allena e insegna ad abitare il proprio corpo.

In sintesi, SCY è una pratica che pur rimanendo nella cornice teorico-storica dello yoga, si integra in un modello di intervento clinico attuale, attraverso l’attenzione a ciò che accade nel corpo e all’ampliamento delle risorse individuali di gestione degli stati somatici fuori controllo. Nella velocità che contraddistingue la nostra società, rendendo tutti vulnerabili alla disregolazione e mettendo a repentaglio il senso di continuità di sé, SCY riattualizza un insegnamento antico tramandatoci da Patanjali, ovvero fornisce al praticante strumenti per recuperare stabilità e comfort nel turbinio della vita ipermoderna.

 

Note

NOTA 1. asana, dal sanscrito as, “stare”, “essere”, “sedere”, significa posa, postura del corpo. Inizialmente indicava la posizione seduta usata per la meditazione.

NOTA 2. Yoga Sutra 2.46

 

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