Scuola: il nostro parere su LA REPUBBLICA

Ansia e Irritabilità, il difficile rientro dell’adolescente

Istituto di Psicosomatica Integrata su La Repubblica

Parla lo psicoterapeuta psicosomatista Simone Matteo Russo suLa Repubblica (10 settembre 2013)

Di seguito l’intervista completa, pubblicata oggi sul quotidiano nazionale, d’Irma D’Aria al responsabile del settore Scuola e Apprendimento dell’Istituto di Psicosomatica Integrata, Simone Matteo Russo, da cui è estratto l’articolo.

1)   Dalla spiaggia alla scuola, il passaggio per gli adolescenti può essere traumatico. Quali sono, in genere, i sintomi che si manifestano alla ripresa delle attività scolastiche?

I disagi nella maggior parte dei casi interessano direttamente il corpo. Al contrario di quanto si possa pensare, nei periodi di vacanza prolungati, l’adolescente, come tutti noi, va sotto stress poiché è coinvolto in contesti nuovi, situazioni inconsuete o in attività anche abituali ma in maniera spesso smisurata. Con la conclusione dell’impegno scolastico, infatti, viene a mancare il dispositivo che per un intero anno ha regolato i ritmi della quotidianità. In vacanza, i ragazzi cambiano tipo di alimentazione, dormono la mattina ed escono la sera, muovono il loro corpo in modo diverso. Tale scombussolamento richiederebbe un periodo di assestamento, di ritorno alla normalità mentre in genere l’adolescente accantona fino all’ultimo i problemi, compresi quelli scolastici che spesso si ritrova ad nelle ultime ore, con un aumento improvviso del carico ansiogeno. Ecco allora che alla ripresa scolastica è facile riscontrare sintomi quali insonnia, astenia, irritabilità, impulsività…

2)  Quali sono i principali “nuovi” disagi che l’adolescente vive in ambito scolastico e quali ripercussioni hanno sulla salute o sui rapporti con gli altri? Quali sono le reazioni più comuni degli adolescenti alla difficoltà scolastica?

L’adolescente di oggi soffre della difficoltà da parte degli insegnanti di prendere atto che le menti di “nativi digitali” sono strutturalmente differenti dalle loro, basate invece sul codice “analogico” della parola. A mio avviso è fondamentale comprendere questa vera e propria mutazione al fine di stabilire relazioni e richieste didattiche diverse. Ad esempio, le nuove generazioni sono e saranno sempre più predisposte al multitasking, cioè alla capacità di portare avanti più compiti contemporaneamente. La necessità di gestire le diverse attività abitua i giovani ad alti stati d’iperattivazione corporea, dipendenti da stimolazioni esterne. Quando oggi l’insegnante insiste nel proporre esclusivamente lezioni frontali, troppo poco stimolanti per i livelli di attivazione ai quali i nativi digitali non possono più fare a meno, ecco che il ragazzo è portato a distrarsi per ricercare altrove tale stimolazione. I comportamenti di disturbo in classe degli studenti sono spesso un tentativo di tenere occupati i loro corpi irrequieti. L’errore che commettono gli insegnanti è di pensare che in simili situazioni vi sia in gioco una questione personale o di cattiva volontà invece di comprendere che i ragazzi d’oggi esprimono delle necessità da cui non si può più tornare indietro. Il risultato è un reciproco vissuto d’incomprensione che inevitabilmente provoca un aumento della tensione e dell’aggressività nei rapporti.

3)  Secondo lei esistono dei disagi marcatamente maschili o femminili? 

Diciamo che nell’epoca della globalizzazione le differenze si stanno appiattendo anche nel disagio. Per esempio, i comportamenti devianti e i fenomeni di bullismo che hanno sempre visto i ragazzi protagonisti negativi sono in forte aumento anche fra le ragazze. Invece in ambito scolastico quello che sicuramente si sta verificando è una disposizione del disagio sempre più corporeo che svuota l’area del “mentale”: disturbi d’iperattività, deficit d’attenzione e di concentrazione, incapacità di tollerare l’attesa e la frustrazione, assenza di motivazioni, desideri e fantasie. L’ingombro del corpo nella vita scolastica ha preso il sopravvento a tal punto che gli insegnanti lamentano una fatica estenuante nel farsi ascoltare, nell’ottenere il silenzio, nel creare le condizioni di base per trasmettere la conoscenza e introdurre su di essa riflessioni. Lo spessore simbolico della parola sta perdendo di consistenza, rendendo di fatto inevitabile un “corpo a corpo” con l’esperienza.

4)  Raychelle Cassada Lohmann in “Teen Angst – Helping adolescents deal with anger and other emotions effectively” (2013) tratta i cambiamenti emozionali degli adolescenti al ritorno dalle vacanze estive. Secondo l’autrice alcuni ragazzi cominciano nei giorni di ritorno a scuola ad avere momenti di preoccupazione e tristezza, pensando già al lungo inverno che li attende. Può spiegare quali sono in genere i cambiamenti emotivi di un adolescente che torna a scuola?

Il ritorno a scuola può trovare delle difficoltà quando nell’esperienza scolastica passata si sono verificati avvenimenti che non sono stati completamente metabolizzati psicologicamente. L’insoddisfazione per un debito o la delusione per una bocciatura sono eventi in grado di creare, anche in modo inconsapevole, dubbi sulle proprie capacità o un peggioramento dell’autostima. Così come problemi relazionali non completamente risolti con compagni o professori possono creare ansia e preoccupazioni. Da non sottovalutare anche il fattore ansiogeno della novità: il passaggio alla scuola superiore, un cambio di classe o la perdita di alcuni professori emotivamente significativi.

5)  Consigli per i genitori: come aiutare i figli adolescenti che spesso non vogliono neppure comunicare con loro?

Spesso i figli adolescenti non parlano perché dicono di sapere in anticipo quali saranno le risposte dei genitori alle loro domande. E spesso hanno ragione! Siamo, in generale, tutti troppo concentrati sulla performance, sulle risposte da dare, sul convincere l’altro. Così non ascoltiamo realmente. Quando un adolescente si sente veramente ascoltato è in grado di comprendere anche un “no”. Quello che fondamentalmente vuole un figlio è di sentire che il genitore è disposto a farsi mettere in crisi dalle sue parole: «e se mio figlio avesse ragione?». Ciò che non sopporta e rifiuta sono le certezze assolute, le generalizzazioni impersonali: “così non si può fare. Si deve fare così”. Tutte le opzioni devono poter essere affrontabili e spiegabili: “faccio così perché…” oppure “non faccio così perché…” e da quelle considerazioni far ripartire il confronto.

6)    Consigli pratici per gli insegnanti: spesso i ragazzi stanno più a scuola che a casa con i genitori e gli insegnanti si trovano ad affrontare i loro problemi. Come gestirli?

L’unica soluzione pensabile è quella dell’affettività. La dimensione affettiva, lo sforzo del professore per cercare di capirlo è ciò che lo studente può acquisire: fermarsi a parlare anche solo qualche minuto al termine della lezione per chiedere cosa sta vivendo, per fargli sentire che dietro il ruolo professionale c’è una persona. La possibilità è di recuperare il singolo nel rapporto uno a uno. Infatti, la motivazione allo studio può essere trasmessa solo nell’assoluta autenticità perché non si può mentire ai ragazzi su questo. 

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