Una cura senza pensiero?

Politica del Soggetto nel lavoro d’équipe con i tossicodipendenti

Psicologia Psicosomatica –22 – Pubblicato il 9 Aprile 2013  (ARTICOLO IN PDF)

Henri de Toulouse LautrecThe HangoverPortrait of Suzanne Valadon1888

di Graziano Senzolo

Evitare, grazie alla chimica, la sofferenza implicata nel pensare: è questa forse l’evidenza prima ricavabile dalla pratica clinica con i tossicodipendenti. Ma un’analoga “anestesia” del pensiero non è all’opera nei discorsi dominanti sulla cosiddetta droga, intessuti di luoghi comuni, rappresentazioni stereotipate, offerte di cura difensivamente imperniate su protocolli standardizzati? Come sostenere, nel regno della farmacopea, una cura con mezzi psichici, i mezzi del pensiero?

Il richiamo del titolo è a una considerazione di Francesco Stoppa: “una cura senza pensiero su cosa sia malattia e su cosa sia l’uomo preso nella complessità dei suoi legami (…) è solo uno dei tanti deliri della modernità” (NOTA 1). Questa riflessione mi sembra particolarmente pertinente nel caso della cosiddetta “clinica delle tossicodipendenze”. Una cura senza pensiero è forse la definizione più icastica della mania tossica: un modo per auto-curarsi senza passare dal pensiero, senza nemmeno pensare di essere dentro quest’operazione di auto-cura (NOTA 2). Ma − specularità inquietante − anche nel discorso corrente sul fenomeno delle drug-addictions ci si sente autorizzati, il più delle volte, a non porsi interrogativi, a dar per scontato, ad affidarsi ai pregiudizi, in una parola a “non pensare” la sostanza chimica in sé, fornendo una giustificazione “di tutta evidenza” su quale sarebbe l’origine, la sorgente prima del male di cui prendersi cura.

         Mai come nel caso delle tossicodipendenze si avverte una volontà del corpo sociale di “scollegarsi” dal fenomeno, e questo nell’esatta misura in cui l’uso sregolato di psicotropi è diventato, come sappiamo, parte integrante del nostro funzionamento sociale, direttamente connesso all’assetto attuale della società dei consumi.

         L’ideale contemporaneo del controllo farmacologico integrale sul sintomo ha generato − come ogni integralismo, del resto − anche il suo rovescio: l’uso de-regolato, fuori controllo, maniacale, di ogni genere di sostanza psicoattiva.

         Di questa creatura degenere, di questo figlio del nostro tempo, la comunità sembra proprio non volerne sapere. Nella Polis del benessere chimicamente garantito siamo ben contenti che qualcuno si occupi del fenomeno, ma alla condizione di tenerlo lontano dal nostro sguardo, in luoghi deputati a contenerlo, a trattarlo, ma anche a occultarlo; luoghi che, possibilmente, devono restare separati, distanti dalla città, anche se fisicamente in essa ospitati. Luoghi eccezionali, resi tali nel tentativo di salvaguardare immaginariamente quelli “comuni”. Effetto “apotropaico” di una segregazione (col marchio di garanzia dello specialismo scientifico, naturalmente) che alimenta l’illusione che quello che avviene in quei luoghi non ci riguardi. In realtà proprio il luogo comune − nel duplice senso dello spazio comunitario condiviso (che rimanda anche all’idea del “bene comune”) e del discorso corrente che gli fornisce quel sottofondo di idee preconcette che ci sollevano, in fondo, dall’esercitare noi stessi la facoltà del giudizio − appare in una luce diversa se osservato dal luogo dell’eccezione.

Quello che pare a tutta prima eccezionale, spiega la normalità più dei luoghi comuni che la intramano.

         Nei luoghi della cosiddetta “patologia” possiamo vedere più da vicino come questa si produca a partire dalla prima. In fondo, quando facciamo un affondo nella psicopatologia troviamo sempre quello che è − in apparenza− il suo rovescio, il discorso dominante, quello che Lacan chiamava discorso del padrone.

         All’interno della forma che ha preso attualmente questo discorso, siamo abituati a pensare che sia lo specialismo a poter dire alla città cos’è normalità e cosa patologia. Ma è vero proprio l’opposto: è un certo ideale di regolazione sui corpi che chiamiamo “salute” a istituire e disciplinare la dicotomia fra normale e patologico. Come osserva Lacan nel Seminario sul Transfert, la medicina si è sempre appoggiata in ogni epoca a una qualche scienza, buona o cattiva che fosse; ma se c’è una cosa di cui la medicina non può rispondere è proprio dell’idea di salute (NOTA 3). Quest’idea, infatti, si genera storicamente all’interno della città, di questa è espressione e di questa rivela gli asserti ideologici dominanti. È il politico a dominare sullo specialistico, anche quando, come oggi, la scomparsa a tutti i livelli delle politiche sociali va di pari passo, sintomaticamente, con l’affermazione dello specialismo. Anche quest’abbandono delle politiche sulla città è, in fondo, una scelta politica.

         Io penso che la psicoanalisi dovrebbe contribuire a restituire al campo dell’umano ciò che lo specialismo a questo campo ha sottratto. E ciò a maggior ragione nelle istituzioni per tossicodipendenti, probabilmente le ultime a rispondere ai criteri di quello che negli anni ’60 e ’70 del Novecento si definiva “istituzione totale”. In quest’ambito, la sottrazione compiuta dallo specialismo arriva a spogliare il soggetto non solo della verità contenuta nel sintomo − esito dell’approccio medicalizzato che lo considera come puro disturbo − ma addirittura alla spoliazione della parola. Il tossicomane è rappresentato come “soggetto supposto mentire”, qualcuno alla cui parola non è opportuno dar fede. Non c’è solo la cancellazione della verità rimossa, la cancellazione dell’Inconscio. C’è anche quella del soggetto stesso che è considerato fuori patto simbolico, quindi in qualche modo fuori legame, quasi un fuori-legge per definizione.

      Al corpo e non alla parola il curante in istituzione si rivolge per sapere la verità del soggetto, la verità sul sintomo. Sono il suo sangue, i suoi escreti urinari, a parlare per lui.

       Pur se paludato dai sembianti della scientificità medico-psichiatrica, questo specialismo opera − come ha detto una volta Lacan − a partire da una rappresentazione “puramente poliziesca” del fenomeno (NOTA 4). Umanizzare questo specialismo, che salda cura e controllo in un mix inestricabile, consiste, a mio avviso, prima ancora che nel supporre dell’Inconscio, nel supporre del soggetto in quell’individuo che viene a parlare.

Ma come operare in tal senso?

         Supporre il tossicomane soggetto prima che oggetto − oggetto d’indagine, di valutazione, di cura, ecc. − non è semplice. Nel suo deficit separativo in rapporto all’Altro, egli si specchia in certo modo nell’istituzione che ne sigilla lo statuto reificato, elevandolo così a una seconda potenza. Più che immaginare di partire, come psicoanalisti, da un punto esterno a questa situazione, più che affannarsi a scovare un’extra territorialità, occorre procedere per linee interne.

Occorre partire da quell’oggetto che il soggetto è e da quell’oggetto che il soggetto ha.

         Quest’oggetto particolare è il pharmakon. Cos’è il pharmakon? È un farmaco certamente, un rimedio. Anticamente il rimedio, il pharmakon, poteva essere un individuo della comunità che veniva sacrificato per ristabilire un ordine turbato fra uomini e dei. Alla stessa stregua il tossicomane è il pharmakon, l’oggetto sacrificale che salva l’Altro familiare, e insieme ha, nello psicotropo, il pharmakon come rimedio all’insopportabilità di questa sua posizione di “oggetto scarto”.

         Il pharmakon si distingue dal farmaco. Il primo racchiude la funzione di rimedio caratteristica del secondo, ma comprendendovi anche tutto l’investimento sul piano immaginario che v’è sotteso (NOTA 5). Il farmaco è un rimedio certo, ma non uno qualunque, quello grazie a cui rimediare proprio al deficit d’individuazione, non a un male “localizzato”, ma a qualcosa di ben più intollerabile: alla mancanza di luogo, cui il Soggetto in difetto di Separazione pare condannato.

         Per gli stoici antichi, richiamati non casualmente da Lacan in Radiofonia (NOTA 6), un luogo è un’entità incorporea perché è precisamente ciò che è occupato da un corpo. Il luogo, diciamo così, è lo spazio separato del soggetto nel campo dell’Altro. Campo in cui il soggetto è “niente” e in cui pure deve sentirsi esistere in qualche modo. E il tossicomane è qualcuno che non sente il corpo come suo. Egli se ne appropria solo tramite il pharmakon, appunto. Ma è un’appropriazione temporanea, che necessita la ripetizione e che trasforma ineluttabilmente il rimedio in veleno, la strategia di sopravvivenza psichica in un lento processo di autodistruzione.

         Partendo da questa condizione di base, il medico è destinato a essere l’interlocutore privilegiato del tossicomane, proprio in quanto socialmente designato come colui che è supposto avere un sapere eun potere sul pharmakon. Come il tossicomane, il medico esercita il proprio dominio sul reale del sintomo tramite il farmaco. Christian Démoulin ha definito molto opportunamente il farmaco l’oggetto supposto potere (NOTA 7). Agli occhi del tossicomane è lì che si concentra il proprio potere sull’Altro, su cui agire tramite il corpo, lì s’indirizza il suo transfert immaginario e lì dobbiamo incontrarlo anche come analisti.

         Col medico dobbiamo quindi, in équipe, costruire di volta in volta delle strategie condivise di maneggio di quest’oggetto particolarissimo che è il pharmakon. Dobbiamo tentare di aprire uno spazio di manovra in cui iniziare a “stanare” il fattore soggettivo barricato dietro l’operazione del “farsi”.

         Il primo punto consiste nell’aiutare il medico a riconoscere nel ricorso alla sostanza chimica non una strategia disadattiva a cui sottrarlo prima possibile, ma una soluzione del soggetto come tale, l’unica invenzione − stereotipata certo − con cui ha potuto fronteggiare il dolore psichico. Questo rispetto dell’esigenza della “soppressione tossica” del dolore psichico, rispetto condiviso dal medico e dall’analista, ha una valenza strategica. Discorsivamente si traduce, ad esempio, nell’evitare la demonizzazione della sostanza, nel riconoscerle anche un significato di auto-cura; cosa, va detto, non facile, perché in contro tendenza sia rispetto al Super-io sociale che a quello, altrettanto spietato, dei pazienti. Si tratta di rendere discorsiva questa manovra sul corpo, di attribuirle progressivamente un senso; e tanto varrà inizialmente per farne una manovra del soggetto, una soluzione, seppur fallimentare, che gliela restituisce come elemento suo, quindi già più sintomatico, già più interrogabile, almeno potenzialmente, sul versante soggettivo.

         Non è interpretazione nel senso analitico del termine. Piuttosto una simbolizzazione, un tentativo di collocazione in un discorso di ciò che è fuori discorso. Il medico può, ad esempio, compiere un atto nella sua qualità di medico che può essere dallo psicoanalista raccolto e agganciato ad altri elementi, creando nessi, associazioni significanti, frammenti di una catena discorsiva.

         Per taluni eroinomani “da strada”, già il fatto di accettare che il medico possa prescrivere loro un farmaco sostitutivo può essere, se accompagnato a un atteggiamento non giudicante da parte dell’operatore, il primo passo per fare del pharmakon qualcosa di negoziabile, qualcosa che può entrare in una dialettica di scambio che riconosce l’altro, una prima timida reintroduzione di patto simbolico.

         Con altre tipologie, con i cocainomani o gli alcolisti, occorre concentrarsi su manifestazioni di frangia, a cavallo fra psichico e somatico, porre attenzione, anche con l’aiuto del medico, a sintomi che passerebbero magari inavvertiti di fronte alle questioni correlate all’uso dello stupefacente. Spesso questi fenomeni minori di corpo si collocano in aree come quella della transizione fra sonno e veglia, o dei disturbi digestivi, che sono particolarmente sensibili in quanto aree, diciamo, simbolicamente legate al passaggio da uno stato a un altro, dal fuori al dentro. È proprio qui che il soggetto “sintomatizza”, nel tra-due, nell’intervallo fra due significanti. È nell’intervallo significante, in questo vuoto che si apre “fra due” che si colloca strutturalmente il parlessere, ed è qui che il sintomo somatico può diventare, iscritto nell’Altro della cura medica orientata analiticamente, segno di soggetto.

         In generale, credo occorra porre grande attenzione a coltivare, col medico e le altre figure professionali coinvolte, questo spazio iniziale del trattamento centrato sul riconoscimento comune del potere del pharmakon. Si tratta, in fondo, di uno spazio di transizione, in cui accettare la collusione con l’aspettativa onnipotente centrata sul pharmakon per poi procedere alla modulazione − caso per caso − di un’offerta via via meno saturante, che svuoti almeno un poco questo registro immaginario e che avvicini maggiormente alla questione squisitamente simbolica del limite. Il paziente deve poter sperimentare anche un vuoto, una mancanza di risposta all’occasione. Avvicinarsi con cautela alla mancanza, da sempre fobicizzata come evento catastrofico, è propedeutico perché la natura del transfert viri dal versante immaginario verso quello simbolico.

         Naturalmente la faccenda non procede linearmente. In determinati punti critici ci si gioca il tutto per tutto della cura, si rischia, con qualche manovra troppo affrettata o ritardata, un’interruzione o qualche forma di passaggio all’atto. Ci sono inciampi, diversioni, rotture, attacchi violenti al dispositivo del trattamento quando questo adombra passaggi evolutivi che il tossicomane non si sente di attraversare (non dimentichiamo che siamo comunque nella dimensione dell’etica, quella in cui spetta al soggetto l’ultima parola sulla disponibilità alla perdita di godimento che ogni soggettivazione comporta).

         Sono del parere che si tratta di correre dei rischi, calcolati certo, tuttavia inevitabili in una prospettiva analitica che punta a confrontarsi con l’impossibile, cioè con il reale della castrazione. L’impossibile essendo non ciò che non può mai accadere ma, all’inverso, esattamente ciò che non può non accadere. A volerlo evitare quest’impossibile, questo reale, si finisce solo per andargli incontro ancora più rapidamente. Dunque, in un certo senso, non c’è scelta per l’analista, la sua è una scelta forzata: qualunque sia l’esito del proprio atto, che lo eserciti da solo o in una partnership con la figura del medico o altro ancora, il risultato sarà non di neutralizzare il rischio ma di accettare di correrlo.

         Accogliere il soggetto, anche là dove lo si può appena supporre, significa accettare l’imprevedibile. Significa derogare al protocollo che garantisce di una buona prassi nell’universale di una definizione standardizzata. Agire e atto sono in una relazione di disgiunzione: come dice Lacan nel Seminario sull’atto analitico, il primo sta al secondo come lo schiavo sta al padrone. Accogliere il soggetto significa predisporsi a ospitare l’impensato. E questo è tanto più importante in quanto, nei servizi per le dipendenze, ci troviamo di fronte a soggetti più “parlati” che parlanti, che prendono la parola con uno scarto talvolta minimo rispetto al punto di enunciazione dell’Altro. Ed è proprio questo scarto minimo, questo minimo d’impensato, di non detto, di non evidente, che dobbiamo pedinare dappresso per cominciare a costruire qualcosa dell’ordine di un sapere che non si sa, qualcosa dell’ordine dell’Inconscio.

Difficile andare in questa direzione, in direzione dell’inconscio, se ci troviamo come curanti a sottostare noi stessi al diktat del non pensiero.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

I  C’era una volta l’équipe?, in Effetti d’équipe. Saggi sull’attualità del lavoro in gruppo nelle istituzioni, “L’ippogrifo”, Atti e documenti, Pordenone Ed. Libreria al Segno, 2007, p. 4.

II  Nell’espressione “scacciapensieri” (Sorgenbrecher, letteralmente ciò che spezza la cura) con cui Freud designa le sostanze psicoattive, è compendiato il duplice rimando a ciò che allevia, da conforto (quindi in qualche modo cura) ma che insieme libera dalla cura, (come ambascia, ansia, pena, preoccupazione). La cura coincide, in cortocircuito, con la liberazione stessa dalla cura (Sorge, termine che sarà poi centrale nella filosofia di Heidegger); cfr. S. Freud, Il disagio della civiltà, in Opere, Torino Boringhieri, 1989, vol X, p. 570.

III  J. Lacan, Le Séminaire. Livre VIII. Le Transfert, Paris, Seuil, 1991, p. 86.

IV Psychanalyse et Médecine, intervento alla tavola rotonda sul tema omonimo organizzata dal Collège de Médecine il 16.02.1966 all’ospedale della Salpêtrière. Cit. In J.L. Chiassaing (a cura di) Écrits psychanalytiques classiques sur les toxicomanies, Paris, Association Freudienne International, p. 46.

V Su questo si veda R. M. Scognamiglio, Pharmakon e atto analitico. Approccio psicodinamico al disturbo psicosomatico, in “Psychomedia”, http://www.psychomedia.it, dicembre 2002.

VI Radiofonia. Televisione, tr. It., Torino, Einaudi, 1982.

VII La psiconalisi. Terapeutica? tr. It., in Per Lettera. Materiali di lavoro Forum Psicoanalitico lacaniano, Milano, p. 26.

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