Il dolore dei figli…

La malattia ci coglie sempre di sorpresa: noi siamo impreparati al male.

Non ci può essere cognizione del dolore: la malattia è fuori rappresentazione, non ne conosciamo i codici.

Uno dei compiti dei genitori è di aiutare i figli a saper gestire in qualche modo l’esperienza del dolore.

Riccardo Marco Scognamiglio

Commenti

One comment on “Il dolore dei figli…”
  1. luigi grosso ha detto:

    Quando due persone si amano possono decidere (cristianamente) di “completare” la loro unione concependo un figlio. Il ( o la) nascituro/a rappresenta così per questa coppia quell’anello che mancava per chiudere “la catena” (ovvero la vita) ed il collante che la mantiene salda e forte è appunto quell’amore che quotidianamente scaturisce semplicemente vivendo in completa armonia e serenità. Ma questo idillio può mutare all’improvviso se il proprio figlio – soprattutto se in età scolare – o bambino che sia si ammala. Non parliamo di un semplice raffreddore o di una influenza stagionale, bensì di una malattia più complessa (o rara n.d.r.) che colpisce tutto l’organismo del bambino e che lo “spezza” in due, bloccando tutte le sue funzioni basilari, senza una iniziale apparente ragione.
    Dinanzi a tale fenomeno i genitori si ritrovano impreparati ad affrontare questo “nemico oscuro” che si è impossessato del loro “tesoro”. Inizialmente avvertono entrambi un totale disorientamento, sensi di colpa, rabbia, totale nervosismo, perché sono consci di essere impotenti nella difesa da questo “attacco” improvviso. Ma dopo aver “digerito” purtroppo con amarezza il loro status quo, se restano uniti anche in questo caso, come lo erano al principio, e riuscendo ad utilizzare gli opportuni mezzi di contrasto, potrebbero aiutare il loro “amore” a risollevarsi da questa brutta “caduta”, anche se il cammino sarà lungo, lento e doloroso.
    Il bambino sano durante la sua adolescenza ha necessità di “maturare” e ci riesce se i suoi genitori lo educano riversandogli particolari attenzioni, come standogli vicino sempre ed intervenendo nel corso delle sue fasi di crescita in caso di necessità, facendogli apprendere la differenza che esiste tra “il bene” ed “il male”.
    I genitori che appartengono alla casistica “normale”, conducono una vita lineare insieme ai loro figli e riversano in essi quelle aspettative che hanno sempre desiderato e mai attuate.
    Di contro, per la coppia che ha all’interno della propria abitazione un figlio malato, tutte quelle aspettative di vita su descritte, si infrangono all’improvviso: il bambino è debole, si sente solo con la sua malattia, anche se i suoi genitori continuano a riversargli tutto il loro amore, è disorientato e confuso. Ed ha paura! Paura di non poter continuare a crescere e per non poter fare più tutte quelle cose che normalmente i suoi amici, compagni o coetanei fanno di solito, come giocare, andare a scuola, divertirsi ed altro ancora. Anche i suoi genitori hanno paura, ma in modo diverso, perché si rendono conto che il loro sogno di vedere cresciuto il “loro amore” difficilmente si potrà avverare, proprio a causa di questa “battuta di arresto”. Se sono cristiani si rifugeranno nelle preghiere per trovare “una soluzione” al loro problema, richiedendo a Dio anche un miracolo pur di aiutare il loro bimbo a guarire, cercando così di allontanare lo spettro del male che si era impossessato di quel corpicino. A mio avviso, però, questo comportamento interessa anche le coppie atee, perché prima di quel triste momento di dolore non avevano mai avuto il tempo di “pensare” che esistesse “un al di là”. Ma viene spontaneo rivolgersi ad un aiuto “maggiore” quando poi trascorri le tue giornate in assoluto silenzio, mentre accanto al letto di tuo figlio tu soffri con lui, guardandolo piccolo ed indifeso che soggiace in quel letto di dolore e di tormento. Ed è proprio allora che ti viene spontaneo offrirti a Dio o ad un Santo particolare, chiedendo la grazia di una immediata guarigione del loro pargoletto.
    Ci rendiamo conto di quanto sia bella ed importante la vita, anche nelle sue banalità quotidiane, come il passeggiare o fare una partita di pallone tra amici, proprio quando queste “banalità” non si possono fare più a causa di una brutta malattia.

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