LA MENTE COLLETTIVA – Transculturalità ed ecologia dell’interdipendenza: un approccio metodologico allo sciamanesimo yoruba.

LA MENTE COLLETTIVA

Transculturalità ed ecologia dell’interdipendenza: un approccio metodologico allo sciamanesimo yoruba.

di Riccardo Marco Scognamiglio

Psicologia Psicosomatica – 06 – Data di pubblicazione 05 Febbraio 2012

(Articolo in PDF)

L’Istituto di Psicosomatica Integrata da sempre studia in forma comparata i modelli del pensiero terapeutico delle grandi tradizioni culturali del mondo.
La cultura yoruba e i suoi neo-agglomerati amerindi, fatti di componenti bantù, congos, karabali, mandingos, ha impregnato ormai da secoli le società sudamericane (soprattutto Cuba, Brasile, Portorico, Haiti, fino ad estendersi in Venezuela, Messico, Perù, e ovunque nelle Americhe vi fossero tracce originarie africane) in un processo di profonda transculturazione afro-indios-europea, che si riflette direttamente su tutte le forme delle arti provenienti da quei luoghi, ma che, in realtà è molto più radicata in tutti i livelli di stratificazione sociale. Si tratta, infatti, di una tradizione culturale millenaria – importata con lo schiavismo colonialista dell’Africa Occidentale dal XVI sec. con un vastissimo repertorio filosofico-religioso e letterario e una complessa profondità spirituale, di cui la divulgazione in chiave magico-folklorica conosciuta nel mondo come Santeria, Candomblé, Voodoo, non può rendere sufficiente merito.
Oggi questa tradizione è sempre più diffusa nel mondo e sempre più studiata in ambito antropologico-sociale ed etnopsichiatrico. Nel tempo della Mediazione Culturale, di fronte al mischiarsi delle lingue e delle culture, confrontarsi con modelli differenti dei sistemi d’interpretazione del disagio e del sintomo, è quanto mai urgente per le professioni d’aiuto. Oltre alla progressiva diaspora di quella originaria mescolanza di popoli che fa oggi la cultura latino-americana, nel mondo si è aggiunto un nuovo sviluppo: nuove generazioni di studiosi e di seguaci che dalle più disparate parti del globo si sono avvicinati a quel tipo di pensiero, contribuendo a nuovi processi di acculturazione.
Da una parte sta emergendo una corrente purista, che cerca di recuperare le origini africane epurandole dalle sovrastrutture cattoliche. Si tratta di un compito quasi impossibile dato che l’Africa, a sua volta, è altrettanto contaminata tanto dalle correnti europeiste quanto, soprattutto, da quelle islamiche.
È molto interessante, visitando l’Africa occidentale osservare che, sebbene la religione dominante sia l’Islam, esso appare stemperato più o meno occultamente dalla prorompente radice animistica. Così è assolutamente comune vedere Imam che indossano “congrì” ossia Inché, Osain o talismani; o osservare che le ricorrenze liturgiche islamiche si alternano o sovrappongono a componenti animiste, a feste popolari legate a luoghi sacri per tradizione preislamica, energetica, sciamanica (come ad esempio: alberi, laghi, montagne, fiumi sacri).
La medicina rimane uno dei punti più significativi d’incontro fra la cultura capitalistica e quella originaria, anche perché le culture monoteiste hanno distrutto tutto un sapere della natura che continua a mantenere i suoi segreti terapeutici nella cultura animista – oggi studiata dalle grandi aziende farmaceutiche occidentali – depurandola da tutto il substrato di filosofia bio-psico-sociale di cui il pensiero sacro era il grande collettore e organizzatore. A sua volta l’occidente industrializzato cerca di recuperare un pensiero integrativo, faticosamente ritagliato sul consumismo; cerca di pensare il mondo in forme più invisibili e con oggetti meno consumabili (riciclaggio). La reintroduzione del pensiero ecologico curiosamente si ritorce sul luogo da cui è partita la sua de-strutturazione in nome dell’imperialismo capitalistico e della distruzione massiva di culture e beni materiali.
Oggi è l’occidente che ha paradossalmente il compito di insegnare il rispetto per il mondo a quegli stessi popoli ai quali l’ha tolto con la violenza e la tecnologia. Per far questo si sta costituendo un affascinante fenomeno di recupero di quelle culture perdute che non appartengono quasi più ai loro discendenti. Anche nella spiritualità sta avvenendo questo. Il materialismo e la tecnologia stanno consentendo una rilettura dei processi del sacro con una distanza scientifico–metodologica utile a depurarlo dagli aspetti più illusionali-magico-onnipotenti tipici della religiosità popolare. L’occidente ha il compito di asciugare il sacro dal superstizioso, introducendo la sua cultura filosofico-razionale, semiotico-antropologica che ci permette di ridare coerenza testuale e logico razionale al testo indigeno ormai sparito.
Il paradosso è che oggi il razionalismo può contribuire a una rinnovata pregnanza semiotica del testo orale sporcata dal decadimento dell’acculturazione selvaggia, violenta e classista. C’è una democraticità implicita nel razionalismo metodologico che può solo favorire un decantamento del testo orale per evidenziarne la struttura. Lo stesso approccio metodologico oggi ci consente di estrarre la struttura processuale, che è l’unica vera ortodossia che merita di questo nome per distinguersi dal volgare dogmatismo.
Si è già potuto vedere questo fenomeno in altre diaspore, come, ad esempio, quella buddhista-tibetana che ha tratto nella sciagura di un genocidio etnico simile a quello della schiavitù africana, il vantaggio di una colonizzazione culturale di alto livello.
Oggi,  altrettanto paradossalmente, se si vuole studiare il buddhismo tantrico, in Occidente si trova una produzione teorico-filosofica di incredibile portata e appannaggio di chiunque, cosa che non era esistita nei secoli in Tibet e nei paesi buddhisti. L’occidentale che si accosta ai Tantra si differenzia così nettamente dal popolo tibetano, nepalese, indiano che si è, invece, mantenuto genericamente al di fuori per qualità dello studio, dell’insegnamento esoterico, coltivando esclusivamente l’aspetto della religiosità popolare, illusionale e superstizioso. La stessa cosa vale a Cuba, in Brasile o nella diaspora nel mondo degli stessi sacerdoti ordinati nelle pratiche esoteriche della cultura afro-amerinda, che spesso ne sanno poco o niente degli aspetti più esoterici, simbolici e di logica intrinseca agli insegnamenti originari, perché intrisi di una mescolanza “volgare” fra culture soppressive e speranze magiche che sono state l’eredità di secoli di storia coloniale. Così è più facile trovare insegnamenti e testi di alto livello filosofico di autori americani che cubani. Lo stessa storia dell’acculturazione e del diverso sforzo di canonizzazione (Le Regle) che hanno prodotto i primi trattati scritti di una sedimentazione di sapere orale di millenni, ci fanno riflettere sul fatto che l’esigenza primaria di questi passaggi storici dell’inizio del secolo scorso, era più quella di operare una sintesi procedurale di riti e cerimonie, stabilire una gerarchia di poteri nel nuovo mondo, per non perdere ciò che era rimasto disperso e contraddittorio.
Ciò che manca però è un tempo di riflessione filosofica che sta alla base del fare. Cosicché si sono salvate le forme, ma si è perso il ragionamento sottostante. E ciò che è avvenuto fondamentalmente in molte culture nella storia. Ad esempio il Tai Chi Chuan è oggi divenuta una pratica a se stante, di tipo energetico, slegata spesso dalla sua origine marziale, ridotto più un insieme di forme (kata) che, in realtà, nascondono logiche esoteriche e segreti del combattimento, spesso perdute. I kata erano fondamentalmente formule mnemoniche che servivano a chi ne conosceva lo sviluppo segreto dei contenuti. Oggi si insegnano come se fossero il contenuto stesso, che invece è andato perduto.
Le cose poi procedono sotto automatismi e sotto un’implicita minaccia superegoica che chi osa cambiare o opporsi logicamente al “detto” è un eretico. Questo è alimentato, in realtà, da un altro paradosso: come nella cultura buddhista è presente un esplicito antagonismo tra tradizioni e lignaggi, così nel mondo caraibico ogni casa, cabildo, terreiro, vanta di essere il depositario dell’ortodossia, a dispetto di ogni tentativo di canonizzazione.
Il concetto di Sanga per i buddhisti, o di Egbe per i discendenti dell’insegnamento yoruba, che rimanda alla collettività dei fedeli che dovrebbe essere anche l’elemento garante di una tradizione ortodossa di pensiero, rimanda più ad una struttura virtuale e teorica che non a un principio di unificazione dottrinale. Ma questo non sarebbe un problema se non diventasse un’ulteriore minaccia implicita contro l’”eretico”. In realtà bisognerebbe riconoscere in un certo tipo di sapere, la valenza ermeneutica inesauribile, che fa sì che l’”interpretazione” appartenga proprio alla dimensione della scoperta e del costante rinnovamento dell’esperienza: i processi sottostanti si mantengono simbolicamente riconoscibili, nonché l’interpretazione e le forme pretestuali sono funzionali ai diversi contesti storico-sociali attraverso cui questo sapere, fortunatamente si evolve.
Il nostro compito di studiosi occidentali è quello di opporci metodologicamente a ciò che si da per scontato e penetrare scientificamente, con estremo rigore critico, nei processi testuali di una cultura originariamente e ancora prevalentemente orale che deve essere ricontestualizzata geograficamente e storicamente. Purtroppo nel mondo della Psicologia e Psicoterapia, il dogmatismo che spesso contamina lo “spirito scientifico” ha messo molti pregiudizi in questo genere di studi, tacciando queste culture di illusionarietà magica. Spesso è solo un paravento all’immobilità, alla pigrizia metodologica.
Sicuramente le culture sciamaniche non si studiano a tavolino come credeva ad esempio Jung. Similmente al geografo del Piccolo Principe che pretendeva di conoscere il mondo dalla sua piccola scrivania, sarà ben difficile accedere a una trasmissione orale e iniziatica senza sottoporsi a dei processi di trasformazione della mente. Ci vuole il coraggio del ricercatore per ricominciare ogni volta quasi da capo, modificare i propri sistemi di credenza per accogliere fenomeni giudicati aprioristicamente insensati o impossibili.
Ripartire da una mente “ignorante” che deve nuovamente essere acculturata, che deve imparare nuovi linguaggi, nuovi modi di leggere i fenomeni, spesso bizzarri o contro il buon-senso, richiede coraggio.
Ma c’è un compito più complesso, che è quello non solo di dare rigore metodologico autorizzandosi a farlo contro la stessa tradizione, che ti accoglie con un nuovo dogmatismo spesso gratuito; è necessario anche capire quanto certi saperi che appartengono alla struttura della mente dell’uomo siano ancora oggi in grado di insegnarci qualcosa; se la tecnologia li sa incorporare o si pone in una prospettiva del tutto antitetica ad essi.
Solo se è possibile verificare un’interrogazione coerente, avrà un senso lo sforzo di affrontare in chiave psico-antropologica questi fenomeni di migrazione, intersezione e integrazione culturale; in una prospettiva bio-psico-sociale, il sentimento di interdipendenza fra l’uomo e le cose.
Lo scopo di approfondire in chiave critica il rapporto di continuità fra pensiero arcaico e pensiero tecnologico; di esplorare il rapporto con gli antenati, il loro insegnamento, la trasmissione post-mortem – argomento molto vicino ai temi della Psicologia Transgenerazionale – è teso a rispondere fondamentalmente alla domanda: esiste e quale può essere un posto per il sacro nella società attuale?

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