RIFARSI LA PELLE – Cercando un senso estetico del dolore.

RIFARSI LA PELLE

Cercando un senso estetico del dolore.

di Elisa Minetto

Psicologia Psicosomatica (ISSN 2239-6136) – 04 – Data di pubblicazione 21 Gennaio 2012

(Articolo in PDF)

L’arte di personalizzare, decorare, abbellire il proprio corpo in modo estremo e permanente, è una pratica molto antica: fin dai tempi più remoti, l’uomo ha agito sul corpo artificialmente, trasformandolo, marchiandolo e dipingendolo.
Alcuni ritrovamenti archeologici ci offrono esempi della diffusione di pratiche di body modification¹: si tratta di corpi mummificati dell’antico Egitto o di ancora più sorprendenti corpi preservati nei ghiacci, la cui epidermide ha potuto mantenersi integra per decine di secoli (Barker e Barker, 2002). I centurioni romani del Primo Secolo d.C. si foravano i capezzoli per segnare il loro grado e i Sacerdoti Aztechi si foravano le labbra e le guance, si tagliavano la lingua , versavano il proprio sangue e alle volte si eviravano in onore dei loro dei, presentificandoli su di sé. Ancora, i Maya utilizzavano un gran numero di modificazioni del corpo, per adeguarsi alle idee di bellezza della loro cultura: uomini e donne si tatuavano il corpo, si foravano le orecchie, le labbra, la lingua, l’ombelico e i genitali, affilavano i denti e vi incastonavano pietre preziose (Strong, 1998). La modificazione corporea ha inoltre sostituito e integrato il linguaggio orale e scritto, come presso i Maori, che si caratterizzavano per un disegno tipico, praticato sul volto: il Moko, da mo’o che significa “serpenti”. Si tratta di una sorta di documento d’identità, nel quale doppie spirali seguono i lineamenti del viso sino ad arrivare, gradualmente e con il trascorrere del tempo e delle esperienze vissute, a coprire tutta la superficie del viso (Pietropolli Charmet, 2001).
Il corpo del primitivo non è mai, fin dalla nascita, lasciato senza segni: una nudità senza ornamenti impedirebbe di leggervi l’appartenenza ad un gruppo e il rango raggiunto al suo interno.
Gli scopi principali dei tatuaggi, dei piercing², come delle scarificazioni³ e di altre modificazioni corporee, nelle società tribali, quindi, sono spesso legati al vivere in comunità: distinguere i ruoli che gli individui assumono all’interno della società; regolare i rapporti tra i vari individui sia nel quotidiano che durante le cerimonie religiose; rendere palese, a prima vista, tutta una serie di informazioni sull’individuo in rapporto al gruppo di appartenenza.
Oltre ai tatuaggi e alle perforazioni, esistono anche altre pratiche di modificazione corporale estrema, tra cui l’allungamento del collo, dei lobi delle orecchie, delle labbra, il restringimento del giro di vita, del cranio, dei piedi e la limatura dei denti.
Sono tutti “segni” che fanno parte di un linguaggio comprensibile solo ai membri della stessa società, sono “segni” su un corpo che solo attraverso determinate modificazioni, diventa pienamente individuale, acquisendo la maturità e allo stesso tempo diviene collettivo, esprimendo la civilizzazione della società di appartenenza. 
Come fin qui esemplificato, gli uomini hanno sempre sottoposto le loro membra a trattamenti dolorosissimi, nei quali possiamo ritrovare tre caratteristiche di senso costanti, tra di loro intimamente connesse.
In primo luogo, la sofferenza del rito fa parte del processo di identificazione dell’individuo perché produce identità e differenza: l’oggetto inserito nel corpo risponde contemporaneamente sia al bisogno di identificarsi col gruppo, perché lo si esibisce come segno ben visibile di riconoscimento, sia a quello di distinguersi dagli altri, quando lo si mostra come un segno particolare, che perciò denota il proprio rango all’interno del gruppo.
In secondo luogo, l’oggetto, o l’inchiostro, introdotto nella carne è un ornamento che l’uomo conferisce al corpo, poiché questo non viene considerato come una proprietà personale, bensì come un dono degli dei, che va quindi arricchito. Presso alcuni popoli primitivi, l’introduzione di oggetti nel corpo tende anche ad accentuare la somiglianza dell’uomo con il dio o l’animale totemico.
In terzo luogo, la sensibilità delle parti del corpo che vengono forate, tradizionalmente ci si limitava ai capezzoli, alla lingua, all’ombelico e agli organi genitali, viene enormemente potenziata, e conseguentemente vi è un accrescimento del piacere sessuale.
Vi è, quindi, un legame inscindibile fra esibizione del corpo, dolore fisico e godimento, legame che potremmo definire con il concetto di estetica del dolore, per cui il dolore diventa “bello” perché identifica e fa godere.
Queste caratteristiche intrinseche nell’esperienza della modificazione corporea, possono essere rintracciate anche oggi, e molto probabilmente sono la risposta all’attuale successo del fenomeno.
Il corpo è attraversato dall’individuazione quando si guarda patire, o godere, quando diventa superficie di prova o di sfida, quindi quando la manipolazione decorativa che lo inserisce in un codice ne potenzia, oltre alla bellezza, anche la percezione.
Nella società attuale possiamo rintracciare tre generazioni di “portatori di modificazioni corporee” (Camphausen, 2006): gli adulti di oggi, giovani negli anni ’70 e ’80 che aderirono alla sub-cultura punk, coloro i quali, adolescenti tra gli ‘80 e i ‘90, si rifacevano alla tendenza grunge, infine i giovani di oggi, massificati nel desiderio e nell’attuazione dello stesso come simbolo di identificazione.
Seppure le modificazioni corporee conservino per questi una valenza iconica potente e molto diversificata, tutto il simbolico recuperato dal passato ha perso gradualmente la sua pregnanza, lasciando alle icone stesse il ruolo di vuoto contenitore. I segni non si fanno più portatori di senso, non condensando dei significati, ma conservano una valenza estetica, sia nel “senso” della visione (del bello, ma ancora prima del sangue), che della percezione verso nuove soglie del sentir-si, in cui il dolore rappresenta “l’irruzione del corpo nel campo percettivo” (Scognamiglio, 2006).
I ragazzi che oggi si fanno dipingere o forare il corpo, insieme a quelli che imparano a farlo, non sembrano il prodotto di una sub-cultura né vittime di una regressione psichica o di un tribalismo di ritorno che ne cancellerebbe la soggettività. Sembrano piuttosto individui che, attraverso la decorazione, cercano di “sentire” ed esibire una differenza: sul campo di battaglia del corpo, essi creano un’area di indistinguibilità tra arcaico e postmoderno, ed è qui che potremmo collocare oggi le modificazioni corporee.
Inoltre, questo recupero di una visione primitiva, rituale e sacrificale, è come se permettesse una netta opposizione alla cancellazione del reale operata dal virtuale e da tutto quello che non ci permette più di mettere in gioco il corpo nelle relazioni umane e nei confronti della realtà concreta (Scognamiglio, 2011).
L’esperienza del dolore riflette questa sorta di regressione, creando però un paradosso: da un lato, in quanto ‘scelto’ e sopportato, non separa i corpi, ma li individualizza e li unisce allo stesso tempo, cioè li fa entrare in un gioco, in uno scambio simbolico-comunicativo vuoto e illusionale: di fronte alla necessità di sopportare un dolore che paralizza, il soggetto ha bisogno di recuperare un senso (dell’atto e di Sé) che riesce a trovare solo attraverso l’Altro, senza però creare una dialettica nello scambio. D’altra parte il dolore fisico, come corporeità, non è virtualizzabile, quindi può resistere alla de-realizzazione operata dalla cibernetica e dall’intelligenza artificiale, in quanto evento singolarizzante che ‘sfida’ la manipolazione digitale del mondo (Scognamiglio, 2010). Allo stesso tempo, però, è necessario domandarsi, nel caso delle modificazioni corporee, dove finisca la sfida a se stessi, la padronanza di Sé, e dove inizi la moda o il condizionamento sociale e quanto sia sottile il confine tra dolore scelto e dolore subito, che ricreerebbe ancora uno stato di derealizzazione della sofferenza.
Rimanendo nell’indicibilità antinomica di questo interrogativo, ci troviamo di fronte ad un’esibizione della sofferenza che comporta una de-privatizzazione della stessa: come se l’individuo si trovasse alla ricerca di un simbolico in cui collocarsi e in cui collocare il senso della propria sofferenza, anche recuperando il significato ancestrale di queste pratiche.
Paradossalmente, però, in questa ricerca di senso in cui l’Altro sembra indispensabile, seppure inserito in una dialettica di scambio illusorio (Scognamiglio, 2006), l’individuo è solo, in un contesto che egli stesso ha svuotato di simboli e di autenticità. Questo vuoto di senso del dolore sembra portare, oggi, all’impossibilità di fare del fenomeno qualcosa di comprensibile.

NOTE
1.  Varietà di tecniche tese alla trasformazione dello stato naturale di una o più parti del corpo in una forma deliberatamente e consapevolmente architettata.
2.  Si intende una perforazione della pelle e dei tessuti sottostanti.
3.  Nel senso scientifico, il termine si riferisce alla creazione, attraverso una qualsiasi tecnica, di una o più cicatrici permanenti su una qualsiasi parte del corpo; le tecniche di scarificazione sono varie ed ognuna dà un risultato estetico diverso: si può distinguere tra il branding, il cutting semplice e quello a cui segue l’iniezione di particolari sostanze nella pelle.

BIBLIOGRAFIA
Anzieu D. (1985). Le moi-peau, Paris, Dunod, trad. it. L’io-pelle, Borla, Roma, 1994.
Anzieu D. (1992). L’epidermide nomade e la pelle psichica. Cortina Editore, Milano
Barker D.J., Barker M.J. (2002). The body as art. Journal of Cosmetic Dermatology, 1, 88-93.
Camphausen, La tribù del tatuaggio. Piercing, tatuaggi e altri riti di decorazione del corpo, Lyra 2006.
Favazza A.R. (1996). Bodies Under Siege: Self-Mutilation and Body Modification in Culture and Psychiatry. Second edition. Baltimore, MD: John Hopkins University Press. (Lavoro originale pubblicato nel 1987).
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Scognamiglio R.M. (2011), Della vaporizzazione e centralizzazione dell’Io. Seminario Clinico, Milano.
Scognamiglio R.M. (2006), L’adolescente e l’ingombro del corpo, in P. Barone (a cura di), Traiettorie impercettibili. Rappresentazioni dell’adolescenza e itinerari di prevenzione, Guerini, Milano
Strong M. (1998). A Bright Red Scream. New York: Viking

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